La mia terra (Campo palestinese di Nahr al Bared, Libano, Agosto 2010)

Khalil ha trent’anni, vive a Nahr al-Bared, lavora come volontario nell’associazione PCYI, fa l’allenatore di calcio ai bambini del campo. Siamo a casa di Lina, anche lei volontaria dell’associazione, una ragazza solare, sempre sorridente e piena di energia. Ci rilassiamo sul tetto, alla ricerca di un po’ di aria fresca, intorno a noi tutto è buio, si vede il mare, solo il mare, non c’è praticamente nient’altro, tutte le case attorno sono distrutte. Khalil ci mostra quello che una volta era il suo orto, la sua casa. Ci racconta commosso che aveva alberi di pesche, di melograni, di albicocche, alberi alti, vecchi, che amava annaffiare e curare. La sua famiglia aveva cinque case nel campo, con i suoi parenti arrivavano a venti, ci dice che costituivano un vero e proprio quartiere; si conoscevano tutti, erano un’unica grande famiglia. Vicino c’era una piscina, grande, bella, frequentata dai bambini del campo. Ora non c’è più nulla. Nahr al Bared era il campo più ricco del Libano e quello con la miglior integrazione con la popolazione libanese, era un importante centro commerciale, i palestinesi erano economicamente ricchi, molti riuscivano a mandare i proprio figli a studiare in Europa. Khalil lavorava nel campo in un negozio di falafel. Ricorda con commozione la sua famiglia, la sua casa, il suo orto distrutto dall’esercito libanese. La guerra ha cambiato completamente la sua vita, così come quella di tutti gli abitanti del campo. E’ rimasto a Nahr al Bared per i primi quindici giorni, assieme a Milad, la sua casa era in una zona proibita, pericolosa, eppure ogni tanto, di nascosto, tornava a raccogliere i frutti del suo orto. Era una cosa da pazzi, l’esercito bombardava, l’intero campo era sotto assedio, ogni volta metteva in gioco la propria vita. Se gli chiedi perché è rimasto, perché faceva così, ti risponde con semplicità e chiarezza che quella era la sua terra, la sua casa, il luogo in cui era nato. Ha uno sguardo diverso, non è più il Khalil un po’ rude e scorbutico, i suoi occhi sembrano esprimere tutto quello che ha dentro, il suo dolore per quanto è accaduto, parla animatamente della guerra, del suo soggiorno obbligato nel campo palestinese di Beddawi, nella periferia di Tripoli, del suo ritorno al campo, della sua disperazione e sconforto nel vedere che tutto era stato raso al suolo, distrutto, bruciato. E’ stato uno dei primi a tornare, all’inizio tutti dormivano in una casa, tutta nera, bruciata, e da quella casa la vita a Nahr al Bared è ricominciata. Due anni fa, subito dopo la guerra tutto era difficile, complicato, la vita nel campo era praticamente impossibile. C’erano attese lunghissime ai check point, più di due-tre ore ogni volta che si voleva entrare. Niente poteva diminuire questa attesa, né il caldo cocente, né il freddo dell’inverno. All’interno non c’era nulla, nessun negozio, niente, ogni volta era necessario uscire per comprare il cibo e tutti i beni necessari per sopravvivere e fare nuovamente la lunga fila ai posti di blocco oppure si telefonava a qualcuno che si sapeva sarebbe entrato. Non c’è alcun confronto con quello che c’è ora: adesso di sono case, negozio tutto. Questo forse mi colpisce più di tutto il resto: è vero che ci sono negozi e anche case, ma il campo è ancora in condizioni terribili; la maggior parte dei negozi si trova nei garage, semplici aperture a volte con qualche scaffale dove viene riposto il cibo. Le strade sono tutte sterrate, le case semi distrutte, bruciate, con i segni delle pallottole. Usciamo e andiamo verso il mare. Non c’è nulla, solo macerie, saliamo su un cumulo di rovine ed immondizia proprio a ridosso del mare, e osserviamo la costa, la auto correre veloci in lontananza, dirette a nord, verso la Siria. Non si ode alcun rumore, il silenzio è totale, interrotto solo dal dolce mormorio delle onde, sono commossa, per un attimo provo quello che penso stia provando Khalil. Tre anni fa c’era la sua casa, il suo orto, la sua famiglia, tutta la sua vita. Osservo il mare in silenzio, mentre i miei amici si allontanano tra le strade sterrate e buie di Nahr al Bared. Khalil ora è solo, la sua famiglia è sparpagliata nei vari campi profughi del Libano, non ha più una sua casa, è in affitto. Penso che non ci sia cosa più terribile che camminare sulle macerie di quella che era la sua casa fino a poco tempo fa e che, inspiegabilmente, per qualcosa più grande di lui, che non riesce a comprendere, è stato distrutta, rasa al suolo, bruciata. Vorrei dirgli tante cose, vorrei fargli capire quello che mi ha trasmesso, ma non riesco. Vedendomi in silenzio accanto alle macerie mi chiede se mi piace il mare. Sorrido per acconsentire, non riesco a dirgli nient’altro. era il suo orto, la sua casa. Ci racconta commosso che aveva alberi di pesche, di melograni, di albicocche, alberi alti, vecchi, che amava annaffiare e curare. La sua famiglia aveva cinque case nel campo, con i suoi parenti arrivavano a venti, ci dice che costituivano un vero e proprio quartiere; si conoscevano tutti, erano un’unica grande famiglia. Vicino c’era una piscina, grande, bella, frequentata dai bambini del campo. Ora non c’è più nulla. Nahr al Bared era il campo più ricco del Libano e quello con la miglior integrazione con la popolazione libanese, era un importante centro commerciale, i palestinesi erano economicamente ricchi, molti riuscivano a mandare i proprio figli a studiare in Europa. Khalil lavorava nel campo in un negozio di falafel. Ricorda con commozione la sua famiglia, la sua casa, il suo orto distrutto dall’esercito libanese. La guerra ha cambiato completamente la sua vita, così come quella di tutti gli abitanti del campo. E’ rimasto a Nahr al Bared per i primi quindici giorni, assieme a Milad, la sua casa era in una zona proibita, pericolosa, eppure ogni tanto, di nascosto, tornava a raccogliere i frutti del suo orto. Era una cosa da pazzi, l’esercito bombardava, l’intero campo era sotto assedio, ogni volta metteva in gioco la propria vita. Se gli chiedi perché è rimasto, perché faceva così, ti risponde con semplicità e chiarezza che quella era la sua terra, la sua casa, il luogo in cui era nato. Ha uno sguardo diverso, non è più il Khalil un po’ rude e scorbutico, i suoi occhi sembrano esprimere tutto quello che ha dentro, il suo dolore per quanto è accaduto, parla animatamente della guerra, del suo soggiorno obbligato nel campo palestinese di Beddawi, nella periferia di Tripoli, del suo ritorno al campo, della sua disperazione e sconforto nel vedere che tutto era stato raso al suolo, distrutto, bruciato. E’ stato uno dei primi a tornare, all’inizio tutti dormivano in una casa, tutta nera, bruciata, e da quella casa la vita a Nahr al Bared è ricominciata. Due anni fa, subito dopo la guerra tutto era difficile, complicato, la vita nel campo era praticamente impossibile. C’erano attese lunghissime ai check point, più di due-tre ore ogni volta che si voleva entrare. Niente poteva diminuire questa attesa, né il caldo cocente, né il freddo dell’inverno. All’interno non c’era nulla, nessun negozio, niente, ogni volta era necessario uscire per comprare il cibo e tutti i beni necessari per sopravvivere e fare nuovamente la lunga fila ai posti di blocco oppure si telefonava a qualcuno che si sapeva sarebbe entrato. Non c’è alcun confronto con quello che c’è ora: adesso di sono case, negozio tutto. Questo forse mi colpisce più di tutto il resto: è vero che ci sono negozi e anche case, ma il campo è ancora in condizioni terribili; la maggior parte dei negozi si trova nei garage, semplici aperture a volte con qualche scaffale dove viene riposto il cibo. Le strade sono tutte sterrate, le case semi distrutte, bruciate, con i segni delle pallottole. Usciamo e andiamo verso il mare. Non c’è nulla, solo macerie, saliamo su un cumulo di rovine ed immondizia proprio a ridosso del mare, e osserviamo la costa, la auto correre veloci in lontananza, dirette a nord, verso la Siria. Non si ode alcun rumore, il silenzio è totale, interrotto solo dal dolce mormorio delle onde, sono commossa, per un attimo provo quello che penso stia provando Khalil. Tre anni fa c’era la sua casa, il suo orto, la sua famiglia, tutta la sua vita. Osservo il mare in silenzio, mentre i miei amici si allontanano tra le strade sterrate e buie di Nahr al Bared. Khalil ora è solo, la sua famiglia è sparpagliata nei vari campi profughi del Libano, non ha più una sua casa, è in affitto. Penso che non ci sia cosa più terribile che camminare sulle macerie di quella che era la sua casa fino a poco tempo fa e che, inspiegabilmente, per qualcosa più grande di lui, che non riesce a comprendere, è stato distrutta, rasa al suolo, bruciata. Vorrei dirgli tante cose, vorrei fargli capire quello che mi ha trasmesso, ma non riesco. Vedendomi in silenzio accanto alle macerie mi chiede se mi piace il mare. Sorrido per acconsentire, non riesco a dirgli nient’altro.

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