Là, dove Orlando distrusse la sua spada (trekking sui Pirenei, agosto 2009)

Cosa significa viaggiare? Significa muoversi, girare, visitare paesi, varcare frontiere e superare ostacoli, entrare in stretto contatto con la natura, cercare di comprendere il suo linguaggio, le sue forme, i suoi colori, le tracce che ci trasmette e che l’uomo è chiamato a decifrare. Forse un vero viaggio l’ho vissuto solo quest’estate quando ho compiuto, con tre amici, un trekking di sette giorni sui Pirenei. Solo in questa occasione ho avuto la sensazione di immergere tutta me stessa nella natura, di ritrovare la vera essenza del mio essere, di ottenere quell’energia che mi rigenera, che mi avvicina a qualcosa di trascendente che riesco a cogliere solo di fronte ad infiniti spazi naturali. Spostarsi lentamente, senza usare mezzi di trasporto, è qualcosa di congenito alla natura umana, qualcosa di antico, remoto, il nomadismo è la condizione originaria dell’uomo, qualcosa che la società contemporanea ha pian piano abbandonato per dar spazio a potenti mezzi che hanno accorciato le distanze ma che hanno privato l’animo umano di quell’ebbrezza che solo il lento incedere può regalare.

4 AGOSTO 2009

Ci mettiamo in marcia sotto un caldo sole quando ormai le campane di Gavarnie hanno battuto 11 rintocchi. Abbandoniamo velocemente il paesino e le ondate di turisti di giornata che invadono il sentiero che porta al circo glaciale, svoltando dopo poche centinaia di metri verso sinistra seguendo le indicazioni per il rifugio Des Espuguettes. Percorriamo per circa due ore la stradina che sale dolcemente tra boschi e prati fioriti, accompagnati dai bellissimi iris inglesi, che, nonostante la stagione avanzata, colorano di intenso viola le verdi distese erbose. Il rifugio appare alla vista già da lontano, piccola costruzione in completa sintonia col paesaggio circostante, rifugio che si raggiunge dopo una piacevole salita in mezzo ai pascoli. Cavalli e mucche ci seguono fin oltre la soglia del rifugio incuriosite dai nostri voluminosi zaini; per fortuna Massimo, con agilità ed un pizzico di fortuna, riesce a sottrarre un pacchetto di fazzoletti dalla bocca di un cavallo; fazzoletti che si riveleranno un bene prezioso e di prima necessità visto che un grande cartello, nell’unico wc del rifugio, comunica che “non viene fornita carta igienica”. Occupiamo quattro letti nelle ampie e spaziose camerate e facciamo una passeggiata pomeridiana fino a Les Houchettes, una forcella a 2500 m che ci permette di affacciarci verso una nuova vallata e di ammirare la bellissima sfilata di montagne capitanate dalla suggestiva Brèche de Roland, che si staglia davanti a noi nella sua maestosità. Dopo una cena a base di minestrone, lenticchie, salsicce e un deludente dessert – polpa di mela – rimaniamo incantati da un tramonto rosso fuoco e presto ci ritiriamo nel dormitorio.

5 AGOSTO 2009

Una volta ho letto che “condividere la camerata con chi russa fa parte dell’esperienza di dormire in rifugio”. Notte praticamente insonne per noi a differenza del nostro compagno di stanza spagnolo. Già stanchi, partiamo per una tappa molto impegnativa, con tanto dislivello e salita finale, sotto un caldo sole verso il Rifugio de la Breche de Roland. Attraversiamo nuovamente i pascoli del giorno precedente, poi svoltiamo a sinistra e camminiamo per un’oretta nel bosco sotto alte e sporgenti pareti rocciose fino al circo glaciale di Gavarnie. Con una deviazione più lunga del previsto che ci fa salire di quasi 200 metri e che ci ruba tempo e fatica, ci addentriamo nel circo glaciale proprio fin sotto alla cascata che, coi suoi 432 metri di salto, è la più alta d’Europa. Torniamo sui nostri passi fino all’Hotellerie e da lì iniziamo a salire, prima a zig-zag nel bosco, poi ci addentiamo lungo una vallata verdeggiante e alla fine facciamo un’interminabile sentiero che ,ripido ripido ,sale velocemente di oltre 700 metri snodandosi tra ghiaioni, roccette e guadi e ci conduce al rifugio quando per gli inglesi è quasi l’ora del te. Il primo impatto è traumatico, come nel rifugio Des Espuguettes, niente doccia, un solo bagno e niente carta igienica, e questo non ci turba, ma poi scopriamo che l’acqua non è potabile, che si può bere quella del nevaio, non trattata, a nostro rischio e pericolo, e alle 5 veniamo condotti nelle “camerate”, piccole stanze con 3 piani di letti a castello uno vicino all’altro che riescono a contenere 15 persone, anzi meglio dire 15 letti. Non c’è nemmeno lo spazio per muoversi, né l’aria per respirare. Il nostro “loculo” è a piano terra e facciamo difficoltà anche a stendere il sacco lenzuolo sul materasso. Lorenzo, il mio ragazzo, primo trekking, non si perde d’animo, ci rincuora e ci fa coraggio, e come se fosse a casa, inizia a lavare gli indumenti sudati nell’acqua gelida di una fontanella esterna per poi stenderli su infissi e maniglie di porte e finestre. Sconsolati, dopo una cena ricca di verdure ma per niente abbondante, uno per uno rientriamo nelle nostre piccole tane alla ricerca di un sonno che tarda a giungere mentre all’esterno si scatena un violento temporale.

6 AGOSTO 2009

Ben presto ola prende il posto di bonjour. Siamo sulla leggendaria Breche de Roland: si narra che il paladino Orlando, nel tentativo di distruggere la sua Durlindana per non farla cadere in mani saracene, abbia provocato questa spettacolare spaccatura nella roccia. Siamo sospesi tra Francia e Spagna, a più di 2800 metri di altezza, stiamo varcando a piedi il confine, metro per metro ci stiamo conquistando il cammino. Nessun mezzo, nessun aiuto esterno, per attraversare le frontiere, divisioni artificiali create dall’uomo, utilizziamo solo le nostre gambe. Ci spostiamo lentamente assaporando ogni dettaglio del magnifico paesaggio che si presenta ai nostri occhi: pian piano abbandoniamo le montagne francesi, che scompaiono dietro la breccia, e davanti a noi si presentano nuovi mondi, valli e monti prima celati alla vista. Scendiamo con difficoltà tra ghiaioni ripidi, grandi rocce e piccoli nevai; Marina, terrorizzata, procede molto molto lentamente con passo incerto e, scivolando sulla neve, finisce in un buco fino alla vita. Il sentiero prosegue, sempre non facile, aggirando una montagna e portandoci su una nuova vallata, completamente diversa dalle precedenti, un ambiente carsico, lunare, pianeggiante e assolato. Dopo quasi due ore di cammino, arriviamo al mitico rifugio Goriz, base fondamentale per compiere il giro dei Pirenei e per salire al Monte Perdido, ma, a detta di tutti, praticamente impossibile da prenotare. Infatti, anche se avevamo telefonato con oltre due mesi di anticipo, il rifugio risultava già tutto pieno. L’unica alternativa era quella di allungare di tre ore la già lunga tappa giornaliera e di quasi sei ore quella successiva oppure di rinunciare a salire sulla terza cima più alta dei Pirenei. Il rifugio, da molti descritto come molto spartano e affollatissimo perchè utilizzato anche dai molti campeggiatori che piantano quotidianamente le proprie tende intorno all’edificio, ci appare, dall’esterno, ben più comodo e confortevole dei precedenti. I servizi, esterni, hanno la doccia e i wc sono forniti di carta igienica! Incantati da questi “confort”, scettici, già convinti di avere una risposta negativa chiediamo se ci sono letti disponibili e con nostra grande sorpresa e con una gentilezza strabiliante, ci vengono assegnati quattro posti in una luminosa camerata, in quanto soci CAI. Relax, doccia rinvigorente con l’acqua gelida del nevaio, giretto nei dintorni, partite a carte, buona cena nella stracolma sala da pranzo e nanna presto per riposare i nostri corpi stanchi in attesa dell’ascesa al Monte Perdido.

7 AGOSTO 2009

Spesso non ci rendiamo conto del potere che ha il tempo atmosferico nel condizionare la nostra percezione dei luoghi che visitiamo; spesso la luce, il sole, i colori vividi ed intensi infondono in noi una sensazione di gioia, piacere ed allegria, mentre la pioggia, l’oscurità e le nubi evocano in noi un senso di mestizia, tristezza, malinconia. Da due giorni si prevedevano, per la giornata di oggi, temporali già dal primo mattino. Ci alziamo dubbiosi, convinti, da un lato, di dover abbandonare la tanto desiderata impresa, dall’altro, senza dircelo esplicitamente ma facendolo trapelare dai nostri occhi, eravamo speranzosi: appena alzati, sbirciamo timidamente dalla finestra del dormitorio e i primi raggi di sole, che fanno capolino dalle montagne, illuminano i nostri volti regalandoci una gioia inattesa. La salita al monte è spettacolare, i continui mutamenti climatici che alternano nuvole basse a sole e squarci di cielo azzurro ci fanno cogliere nella sua interezza l’aspro paesaggio che attraversiamo. Dopo alcuni facili salti di roccia, raggiungiamo il suggestivo Lago Helado, che coi suoi 2989 metri è il più alto dei Pirenei. Arrivare in cima al monte, avvolti nella nebbia, attraverso La Escupiera, ghiaione molto ripido e scivoloso è qualcosa di indescrivibile. Il silenzio, la solitudine, la quiete che regnano sulla vetta ci fanno sentire parte integrante della natura: i nostri affannosi respiri si uniscono ai sibili del vento, il sudore che scende lungo i nostri corpi affaticati si confonde con le leggere e morbide goccioline dell’umido manto di nebbia che sovrasta le cime montagnose, chiudiamo gli occhi e immaginiamo di immergere le nostre anime nella natura, là dove siamo venuti e dove presto ritorneremo. L’uomo, come una montagna, in balia degli agenti esterni, viene eroso dal tempo, invecchia ma, proprio come una montagna, si trasforma, cambia aspetto, assume una nuova forma sia fisica che spirituale fino a quando

8 AGOSTO 2009

Tappa di “sole” quattro ore dopo l’entusiasmante percorso del giorno precedente che ci ha condotto dal rifugio De Goriz ai 3355 metri del Monte Perdido e da lì giù di nuovo fino ai 1200 metri dell’antico e caratteristico paesino di Torla.

Il sentiero, che parte da Torla, rimane per la maggior parte del tempo in un fitto bosco, affascinante, misterioso, ricco di odori e di rumori, che ci tiene celato un cielo livido e plumbeo carico di acqua e che ci accompagna fino al campeggio di Bujaruelo, destinazione della giornata. Una doccia bollente, un abbondante pasto caldo e un sonno riposante ci danno l’energia necessaria per compiere l’ultima impegnativa giornata del nostro trekking.

9 AGOSTO 2009

Come sempre, l’ultimo giorno di viaggio è il più triste, il più malinconico, il più riflessivo; si ripensa all’avventura vissuta, alle cose imparate, alle emozioni condivise, si riflette su come mettere in pratica nella routine quotidiana le nuove abilità e conoscenze acquisite. Partiamo sotto un cielo nuvoloso che minaccia pioggia e, durante la lunga salita verso il confine francese, ripercorriamo mentalmente le tappe dei giorni precedenti con un velo di mestizia ma nello stesso tempo ci godiamo pienamente la meravigliosa vallata verde che si presenta davanti a noi. La risaliamo, costeggiamo un suggestivo lago azzurro, e poi, senza traccia di sentieri, superiamo una forcella a 2300 metri che ci riporta in terra francese. Ormai la fine è vicina, l’intimo contatto con la natura è terminato, seguiamo una strada asfaltata per più di 5 chilometri passando tra greggi e mandrie di mucche fino al deludente rifugio Grange de Holle, dove una gelida accoglienza e una cena cattiva ci riportano bruscamente alla realtà. La mattina seguente, con una breve discesa, terminiamo il nostro viaggio a Gavarnie.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...