Ritratto di un siriano

Abu Yemen ha 50 anni, 9 figli, 3 nipoti. E’ originario di Hebla ma da anni vive a Damasco, nell’ultimo quartiere prima del Rif, la campagna intorno alla capitale siriana caratterizzata da famiglie conservatrici con usi e tradizioni locali. Lavora come autista, ha un pulmino da dodici posti e ogni giorno fa il tragitto Damasco – Beirut – Damasco partendo dalla capitale siriana alle 4 del mattino e facendoci ritorno a mezzogiorno. E’ un uomo simpatico, allegro, chiacchierone, che ama il suo lavoro e stare a contatto con la gente. Appena scopre che parlo arabo inizia a raccontarmi la sua vita, da quando aveva una piccola fabbrica di lavatrici che poi è fallita, al suo ultimo lavoro come autista. Rispetto allo stipendio medio dei siriani impiegati nella pubblica amministrazione (l’equivalente di 250 euro mensili), incassa ogni giorno quasi 200 euro, un’enormità persino in Italia. Eppure la sua casa è modesta, in una zona povera, mi dice di essere molto più interessato alla famiglia, al mantenimento delle tradizioni, rispetto al denaro che ormai sta contaminando la società siriana. E, altra stranezza, è incredibilmente puntuale e rispettoso degli orari e della parola data. Entro nella sua casa in un caldo pomeriggio di novembre, i vicini mi osservano curiosi mentre cammino lungo la polverosa stradina sterrata che conduce alla sua casa. E’ davvero raro vedere ajaneb (in arabo questo termine indica tutti gli stranieri non arabi) in questi luoghi periferici. Abu Yemen mi porta in un piccolo cortile al quale si entra tramite una tenda scura plastificata che lo separa dalla strada. E’ l’accesso alla sua casa. La corte è piccola, di terra battuta, c’è un sofà malconcio e polveroso, un albero morto, dei pezzi di legno e la tannur, un tipico forno di pietra per cuocere il pane (il riferimento a questo forno è presente anche nella poesia “A mia madre” (إلى أمي) di Mahmoud Darwish). Lì la moglie e una delle figlie preparano il pane, in silenzio, con delicatezza e cura. Hanno delle palline di pasta, come quelle della pizza, e appoggiandosi su un muretto di pietra, lavorano la pasta come se battessero un tamburo, la allargano pian piano fino a renderla rotonda e sottile e poi con movimenti circolari velocissimi, la stendono prima con la punta delle dita, poi con le nocche. Questa sorta di pizza molto sottile viene farcita con un composto di pomodori, olive e peperoncino e viene messa nel forno, che è una sorta di buco nella pietra, come una giara, al cui interno viene fatta bruciare della legna. Questo pane viene posto su una delle pareti del forno, si attacca e nonostante la forza di gravità non cade, sembra incollato, come un insetto sulla parete di una stanza. Forti fiammate escono dal forno, e dopo pochissimi minuti bisogna staccare il pane prima che questo cada all’interno del forno e si bruci. E’ un’operazione delicata che richiede velocità e coordinamento nei movimenti. Osservo con stupore la moglie e la figlia lavorare e produrre queste tannur a ritmi velocissimi mentre fiammate altissime rischiano di investirle. Ogni sabato la famiglia produce questi pani e li distribuisce gratuitamente a tutto il vicinato. E’ raro avere questo forno, loro lo hanno portato direttamente da Hebla, e quindi per Abu Yemen è logico dover aiutare i vicini condividendo con loro quello che producono. Così i figli, in fila, si fanno consegnare una decina di pani a testa e iniziano il giro di distribuzione tanto atteso dal vicinato. Nel frattempo Abu Yemen mi presenta la sua famiglia e mi parla tutto fiero della sua casa mentre io osservo con sconcerto le decorazioni bizzarre che si trovano attorno a me. La corte si affaccia su un campo di calcio in terra battuta, ma come è normale in tutta la Siria, per evitare sguardi indiscreti, è stata creata una protezione per ripararli dall’esterno. Tutta la corte è circondata da lavatrici vecchie, rotte, arrugginite, in cui al posto del cestello di vetro, che è stato riutilizzato come ciotola per gli alimenti, ci sono sacchi di sabbia e pezzi di rocce e pietre. In più tutta una parete della casa è composta da questa lavatrici, sono più d una cinquantina, disposte su quattro piani. E’ sconvolgente e davvero brutto, sembra una discarica, eppure Abu Yemen tutto felice e fiero del suo lavoro continua a ripetere la parola “decor, decor”, affermando che era lui l’artefice di quest’opera d’arte.

Il suo è il tipico ruolo di padre – padrone, organizza il lavoro, impartisce ordini, urla ai figli, alla moglie affinchè gli obbediscano. Abbraccia la moglie, sorride dicendo che è grassa, che mangia tanto, che è brava, lavora in casa, fa bene da mangiare, le sistema il velo che col caldo del fuoco le si era leggermente spostato. Mi presenta la figlia, Rasha, 22 anni, molto magra e timida con un viso spento. Mi dice, orgoglioso, che lei non parla con nessuno, che non conosce nessuno al di fuori dei genitori e dei fratelli, che non esce mai, e che tra pochi mesi la farà sposare col cugino e andrà a vivere ad Hebla. Mi viene presentato anche il futuro sposo, un uomo rude molto più grande di lei, un futuro padre padrone. Lei sorride non perdendo però quel suo sguardo malinconico e triste, non ha il coraggio di parlarmi, non è abituata a vedere stranieri, guarda da un’altra parte mentre cerco di presentarmi in arabo. Impossibile il contatto, impossibile il dialogo. Guardo le altre figlie, più piccole, ancora con lo sguardo spensierato e allegro, ancora ignare del futuro che le attende.

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