Juliano. Alla ricerca della libertà

 

14 Aprile 2011. Non avevo mai conosciuto un uomo che poi è stato ucciso. Il 4 aprile 2011 Juliano Mer Khamis, direttore del “Freedom Theatre” nel campo profughi di Jenin, è stato freddato da cinque colpi di pistola, davanti al figlio di un anno, proprio vicino al suo teatro. Non è ancora chiaro chi sia il mandante, se il governo israeliano o gli stessi abitanti del campo. Per ora regna il caos; gli attori, lo staff, le persone più legate a Juliano e gli attivisti internazionali che lavoravano a Jenin sono ora ospitati temporaneamente a Ramallah in attesa che la situazione si tranquillizzi.

Ieri sera, 13 Aprile, ho incontrato gli attori del teatro, tutti giovanissimi, tra i 20 e i 27 anni, ancora molto scossi e commossi, ma nello stesso tempo determinati a continuare il progetto, iniziato da Arna e portato avanti dal figlio Juliano. “Il Freedom Theatre non morirà qui, Juliano ha dato vita ad una rivoluzione e noi andremo avanti, senza paura. In ogni rivoluzione è necessario versare sangue e lacrime e Juliano era consapevole di questo, anche in passato aveva ricevuto minacce di morte”.

Mi colpisce ascoltare le loro parole e osservarli nel loro gesticolare…tre settimane fa ero stata a Jenin, li avevo visto recitare in quello che poi si è rivelato essere il loro ultimo spettacolo, Alice nel Paese delle Meraviglie.

Vorrei riportare qui sotto le impressioni di quel momento, senza farmi condizionare da quanto è avvenuto negli ultimi dieci giorni. Mi piacerebbe ripercorrere assieme a voi il mio viaggio a Jenin, vissuto con gli occhi di una ragazza che per la prima volta nella sua vita si ritrova a viaggiare in bus per la Palestina.

Arrivare a Jenin da Betlemme è emozionante. Si percorre una strada molto tortuosa, con salite e discese molto ripide per passare da una collina ad un’altra, da una vallata a quella successiva. Fino a Ramallah la vegetazione è poca, le colline spesso sono gialle, desertiche, grossi camion scavano nella roccia, altri costruiscono nuove strade. Anche qui come in Siria non esistono regole nella guida, si sorpassa in tripla fila, si tagliano le curve, si va velocissimi giù in discesa per prendere le rincorsa per la salita successiva. Ma qui, sorprendentemente i pulmini sono nuovissimi, belli, profumati, con ogni tipo di confort e le cinture sono obbligatorie per tutti. Da Ramallah, con un altro pulmino, si volta verso nord. Il paesaggio cambia, la vegetazione aumenta, ci sono molti ulivi, molto verde, le città si fanno meno frequenti, corriamo veloci su e giù per i colli attraverso strade tortuose. In lontananza si vede il muro, alto e grigio, che contrasta con la sinuosità e l’armonia del paesaggio. Sulle colline in alto torreggiano tetti rossi spioventi, sono le case dei coloni a cui si accede attraverso una strada costruita per loro.

Jenin appare un ridente villaggio in mezzo a fioriture gialle e profumate. Ma in realtà è una prigione, collegata al resto della Cisgiordania tramite un solo check point, aperto dalle 10 alle 18, poi non si può né entrare né uscire. Jenin ha un passato che nessun bimbo, nessun adulto e nemmeno nessun martire può dimenticare. Il campo profughi della città, a soli cinque minuti a piedi dalla stazione dei bus, è stato il cuore della prima Intifada. Proprio in quel periodo e in quel luogo, Arna, un’ebrea polacca di famiglia sionista, nata in America ma sposata con un palestinese, decise di dedicare la propria vita, per aiutare gli abitanti nella loro quotidiana lotta contro l’occupazione. Una volta ottenuta la fiducia della comunità locale impreparata ad accogliere un’ebrea ed inizialmente sospettosa ed ostile, Arna iniziò a dar vita a dei progetti destinati alla popolazione di Jenin. Una delle conseguenze dei lunghissimi coprifuoco (a volte di quasi venti ore) a cui erano soggetti gli abitanti del campo era che i bambini non avevano la possibilità di andare a scuola e per questo Arna diede inizio a delle forme alternative di istruzione in modo da permettere a molti bimbi del villaggio di non interrompere l’attività scolastica e di rendere costruttive le lunghissime ore in cui era vietato uscire dalle case. Così queste scuole alternative riscossero un grande successo e sostituirono la normale frequenza scolastica durante la prima Intifada. Ma il principale progetto a cui Arna diede vita, assieme al figlio Juliano, fu lo “Stone Theatre”, il teatro della pietra, così chiamato perchè nella prima intifada i palestinesi si erano opposti all’esercito israeliano utilizzando le pietre. Questa scelta, inizialmente non capita dalla comunità locale, permise a una decina di giovani di seguire un corso di teatro e di portare in scena una favola palestinese, “La piccola lampada”. Fu proprio attraverso il teatro che molti palestinesi di Jenin riuscirono a vincere la paura del buio, fino a quel momento nell’immaginario collettivo simbolo dell’attacco israeliano, e a conoscere il mondo dell’arte e dello spettacolo, un mondo che in un secondo riesce a portare lo spettatore in una realtà diversa, dove non esistono bombardamenti, morti, guerre. Questo progetto fu sospeso dal 1996 al 2004 a causa della morte di Arna, della mancanza di fondi e del brutale attacco che l’esercito israeliano fece al campo profughi nel 2002, a seguito dello scoppio della seconda intifada. Le case furono distrutte per poter far passare i carri armati che non riuscivano ad entrare nel campo perchè le strade erano troppo strette, molte persone vennero uccise, e tra queste anche quattro membri della compagnia teatrale. Uno di questi commise un attentato suicida in Israele, gli altri vennero uccisi durante i combattimenti nel campo. Nel 2004, grazie a fondi internazionali e grazie all’energia e al desiderio di resistere e ricominciare, Juliano venne richiamato nel campo e il progetto riaprì. Il teatro di Jenin, il Freedom Theatre, è un teatro che osa, che propone temi innovativi, moderni, anche provocatori. L’ultimo spettacolo, Alice nel paese della meraviglie, in versione palestinese, è ancora molto criticato da molti abitanti del campo per quanto riguarda soprattutto il rapporto ragazza-ragazzo. In un contesto dove le ragazze non possono uscire in compagnia di ragazzi, in cui la donna deve sottomettersi prima al volere del padre e poi a quello dello sposo, quest’opera teatrale rovescia gli schemi, va controcorrente e mette in scena come protagonista Alice che, costretta dai genitori a fidanzarsi con un ragazzo che non ama, nel momento della consegna dell’anello, segue un coniglio in ritardo e arriva nel paese delle meraviglie. Alice incontra vari personaggi, il capellaio matto, il bruco, la regina rossa,i quali desiderano impossessarsi dell’anello, perchè solo così riusciranno a liberare il paese delle meraviglie. Dopo varie vicissitudini, con svariati e sorprendenti effetti speciali ed una recitazione da professionisti, Alice, liberato il paese delle meraviglie, ritorna alla realtà e rifiuta il fidanzamento. Opera provocatoria che grazie al grandissimo talento degli attori e alle bellissime sceneggiature ha riscosso un enorme successo a livello locale.

L’idea di Juliano, che ora verrà portata avanti dai suoi “figli” è che la Terza Intifada palestinese debba avvenire tramite il teatro, l’arte. Solo così si può essere liberi, liberi dall’occupazione che permea la vita di ogni singolo palestinesi. Una liberazione di se stessi, dall’interno, per liberare la Palestina.

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