Primi giorni palestinesi

20 Marzo 2011. Non so da dove iniziare, ho tante cose in testa e volti e luoghi si sovrappongono già nella mia testa. Non sono ancora stata nei territori occupati, ho deciso volontariamente di vivere le prime due settimane da turista, di cercare di vedere la città come la vivono milioni di turisti che vengono qui….Quindi ho girato per Gerusalemme senza pensare alle colonie, alla lenta cacciata dei palestinesi da Gerusalemme Est.

Gerusalemme: nonostante le mille contraddizioni, non riesco ad essere affascinata da questa città come lo ero per Damasco, Gerusalemme appare come una realtà piccola, piena di mille anime diverse, tra loro inconciliabili. Camminavamo qualche giorno fa all’interno del quartiere Mesha Morim, dove vivono gli ebrei ortodossi, sembrava di essere in un film ambientato nel XIX secolo, tutti gli uomini vestiti di nero, con riccioli, i cappelli, alcuni con le gonne, e le camicie bianche a righe….cartelli enormi invitavano i gruppi di stranieri a non entrare in certe zone se non si era vestiti  con abiti modesti – e si specificava: per le donne obbligatorie le gonne lunghe, i pantaloni sono vietati. Poche centinaia di metri più in là si estende un altro quartiere, dove c’è un mercato ortofrutticolo bellissimo, forse uno dei più caratteristici che abbia mai visto. I venditori, con parrucche colorate, baffi finti, maschere di mille tipi – in occasione della festa del Purim, il carnevale ebraico, servivano la lunga scomposta fila di clienti che si accalcavano sui vari banchetti poche ore prima dell’inizio dello shabbat. L’atmosfera era gioiosa ed allegra, turisti increduli, gruppi di americani con bandierina si univano agli ebrei ortodossi ed ebrei meno osservanti davanti alle panetterie che sfornavano i caratteristici pani dello shabbat. Era un mercato vivo e vissuto, ho
respirato un’aria nuova, non era un classico mercato arabo ma qualcosa di diverso, di più di moderno, meno disordinato. Da lì, in meno di mezz’ora a piedi, dall’altra parte della città vecchia, tutto cambia all’improvviso, l’inizio di un nuovo quartiere, segnato da un cartello in tre lingue, arabo, ebraico, inglese, crea una sorta di linea immaginaria e conduce in una realtà diversa….siamo nella colonia tedesca, costruita nel XIX secolo ed abitata fino alla seconda guerra mondiale dai tedeschi. Non si può non notare che si è in un mondo diverso, i tetti sono spioventi, stile occidentale, non piatti per raccogliere l’acqua piovana. Qui ci sono sinagoghe riformiste, in cui la
preghiera è cantata e non c’è una divisione tra uomini e donne. La sinagoga è modernissima, sembra una sala per le riunioni, grandissimi palloncini a forma di clown pendono dall’alto, il rabbino, con una tunica bianca dagli orli colorati intona le preghiera al ritmo di una chitarra. Le canzoni sono belle, affascinati, molto ritmiche, i fedeli partecipano numerosi, qualcuno batte le mani, altri camminano coi bimbi verso il rabbino, li fanno sedere lì vicino, li prendono in braccio e ballano lentamente con loro. Rispetto ai riti cattolici sembra qualcosa di più umano e lo sento più vicino. Cerco di seguire la traslitterazione delle preghiere, seguo i movimenti dei fedeli, mi alzo, mi
giro verso l’entrata, mi siedo nuovamente. Finiamo la preghiera con la versione ebraica di “I’m a believer”, la colonna sonora di Shrek.

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