Settembre 2011: stato o non stato?

Tutti parlano di settembre come la data per una possibile conclusione del conflitto in Palestina. A settembre verrà chiesto all’ONU di riconoscere lo stato della Palestina. Ma che ne pensano di questo i palestinesi che incontro ogni giorno, i principali attori della resistenza, non i leader politici di Fatah?

Questa data per loro rappresenta un pericolo. Cosa significa riconoscere lo stato palestinese (e prima ancora, quale stato?). Significa trasformare il conflitto israelo-palestinese in una semplice lotta per i confini….come molti altri conflitti in questo mondo, spesso dimenticati dai media e dalla comunità internazionale. In questo modo l’ONU potrebbe decidere di lasciare la risoluzione della questione palestinese ai due attori in gioco, potrebbe decidere di tirarsi indietro. E così facendo farebbe il gioco di Israele.

Chi ribatte dicendo che il riconoscimento della Palestina rappresenta un importante passo avanti verso una soluzione pacifica del conflitto, troverà una risposta molto scettica da parte dei palestinesi. Può la Palestina sedendo all’interno dell’ONU costringere la comunità internazionale a fermare le continue violazioni dei diritti umani che Israele commette quotidianamente? Forse potrebbe anche farlo, ma ci piace ricordare altri esempi di stati vittime della politica israeliana. Cosa ha fatto l’ONU dal 1975 al 1990 durante la guerra in Libano? E nel Golan siriano occupato?

La soluzione non può venire dall’alto, in questo contesto uno stato palestinese non è possibile. Per questo è interessante quello che propone il movimento studentesco palestinese, nato con le manifestazioni del 15 marzo 2011. Una rifondazione dell’OLP, eletta democraticamente da tutti i palestinesi del mondo. Se infatti riflettiamo un attimo, ci possiamo chiedere…chi è rappresentato da Fatah? Solo i palestinesi della Cisgiordania, nessun altro. Nessuno tiene in considerazione i 1.200.000 palestinesi che ora vivono in Israele, chiamati con tanti nomi diversi, arabi del ’48 o palestinesi cittadini di Israele. E nemmeno i milioni di profughi in tutto il mondo.

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