‘Akka (Acri): serata mista

Vi è mai capitato di trovarvi a parlare per quasi quattro ore consecutive di politica palestinese in arabo con cinque vecchietti palestinesi che sorseggiano arak e fumano canne? E di chiacchierare in arabo con due ragazze ebree russe non ancora maggiorenni in un ostello gestito da palestinesi? Forse può sembrare un po’ strano ma ad ‘Akka è andata proprio così. A volte essere l’unica ospite dell’ostello può avere i suoi lati positivi. Di sicuro è stata una serata strana che non dimenticherò facilmente, ho passato tutta la sera a discutere di politica palestinese col proprietario dell’ostello e con dei suoi amici. Due di loro non bevevano arak, erano musulmani praticanti, ma di spinelli sembravano esperti. Erano tutti palestinesi del ’48, arabi cittadini di Israele, che anche se da un lato possono essere considerati “più fortunati” dei loro fratelli in Cisgiordania, costretti a vivere quotidianamente sotto occupazione, dall’altro sembrano aver perso la speranza per il futuro. Come potrà mai diventare il luogo in cui vivono parte di un “possibile” futuro stato palestinese? Da chi vengono rappresentati? Sono quasi un milione e mezzo, circa un quinto della popolazione totale di Israele, eppure sembra che tutti si siano dimenticati di loro. Hanno parenti sparsi ovunque, nei campi profughi in Cisgiordania, oppure in Libano, e anche se il confine libanese dista meno di 25 km da ‘Akka, sanno che non riusciranno mai ad incontrare di persona quei familiari che vivono solo pochi chilometri più a nord.

Il porto di 'Akka

“Chi pensa a noi? In tutto il mondo siamo considerati israeliani perchè abbiamo il passaporto! Sono stato in Egitto qualche mese fa e per visitare un monumento non volevamo farmi pagare il biglietto ridotto per gli arabi (*nei paesi arabi che ho visitato c’è la distinzione tra arabi – ‘arab – e stranieri – ajanib)” e aggiunge “ma ti sembra possibile? Mi hanno detto: No, tu sei israeliano, non fare storie. E’ stato umiliante. Non sono entrato. Che identità abbiamo noi se la gente non sa nemmeno che esistiamo?”

Le russe ebree. E’ stata la prima volta che mi è capitato di parlare con delle ebree, e soprattutto in arabo. Ari e Helena hanno 17 anni, sono nate ad ‘Akka, nella città nuova, figlie di immigrati russi ebrei. Di solito le famiglie più povere vengono mandate in questi posti considerati poco attraenti, come ad esempi piccoli villaggetti dell’entroterra, città con popolazione mista, ebrea e palestinese, o zone di confine. Non a caso ad ‘Akka ci sono molti russi provenienti da realtà contadine e moltissimi arabi ebrei. Helena, in un arabo con un forte accento ebraico, mi racconta la sua difficoltà a vivere in una realtà come quella di Acri. “Qui ogni comunità è divisa, se i miei genitori sapessero che esco con dei palestinesi mi chiuderebbero in casa a vita. Qui c’è la paura dell’altro, dell’arabo.”, e continua “Quando la gente mi vede con degli amici palestinesi danno per scontato che io sia una prostituta. Qui tutti pensano che le russe siano delle prostitute. Sharmuta (prostituta), sharmutatein (due volte prostituta)….ogni giorno me lo ripetono…”. In effetti nel mondo arabo questo stereotipo è diffuso. Spesso anche a Damasco o in giro per la Siria la gente mi chiedeva se venivo dalla Russia…

“Se una vuole cercare di conoscere i palestinesi, che qui vengono considerati da tutti come dei nemici ma che in realtà sono degli esseri umani come noi, subito viene accusata. Sono stufa di questo ambiente. Perchè non possiamo vivere tutti assieme, iniziando dall’educazione nelle scuole, insegnando ai bambini il rispetto per l’essere umano a prescindere dalla religione dalla sua origine?”.

E’ mezzanotte, il giorno dopo mi aspetta un lungo viaggio verso casa. Mi congedo con la speranza di far ritorno in questo ambiente surreale. Mi lasciano un loro ricordo, il mio nome scritto con la calligrafia araba. Chissà quando la imparerò anch’io.

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