Col cuore rivolto alla Siria

Non riesco ad immaginare la Siria in questi giorni terribili. Quando leggo sui giornali il bilancio quotidiano dei morti, quando vedo su al-Jazeera la gente nelle piazze e i carri armati per le strade non riesco a rendermi davvero conto che si tratta della Siria.

Fino a dicembre vivevo lì, e mai e poi mai avrei immaginato potesse dar vita ad una rivoluzione. La cosa che mi aveva maggiormente colpito durante il mio soggiorno a Damasco era la totale mancanza di coscienza civile e politica dei siriani dovuta al fatto che la maggior parte dei miei amici era nata e cresciuta sotto una terribile dittatura. Anzi, sembrava addirittura anche a me di aver perso la mia capacità di analisi e ragionamento.

La politica la fanno i politici, noi cittadini non dobbiamo interferire, non è affar nostro”, mi aveva detto la mamma della famiglia dove vivevo ed era qualcosa di condiviso dalla maggior parte dei siriani.

Non si poteva parlare di politica, mai, in nessun luogo, solo a volte nelle case ma sempre sottovoce, temendo di essere spiati ed ascoltati. E in ogni caso il massimo che riuscivo a scoprire dai miei amici è che non amavano il presidente. Era il massimo che potessi sapere.

Quand’ero lì avevo sentito tantissime storie angoscianti sulle mukhabarat (la polizia segreta) e sul fatto che ogni singolo individuo, anche internazionale, era controllato. Non saprò mai se le cose che mi hanno raccontato sono vere. Si diceva che quasi tutti i tassisti e quasi tutti coloro che lavorano nella città vecchia coi turisti o con gli studenti stranieri facessero parte della polizia segreta e che il controllo sul tessuto sociale fosse capillare. Moltissimi siti erano bloccati e il livello di censura intellettuale era altissimo: impossibile trovare su internet e nelle biblioteche materiali che fornissero una descrizione reale della situazione politica della Siria. Gli unici libri che si riuscivano a trovare erano libri che celebravano la figura di Bashar al-Asad, nulla più.

Durante il mio anno damasceno ho capito quanto poca libertà avessero i miei amici siriani, libertà di pensiero, di accesso alle informazioni, di espressione, di opportunità di sviluppare una consapevolezza della situazione sociale e politica che stavano vivendo. A volte il regime siriano veniva descritto con la parola qam’, che in arabo significa repressione.

Una repressione politica, culturale, intellettuale.

Che tipo di coscienza politica possono avere i giovani che scendono nelle strade oggi? Che tipo di rivoluzione sarà? Quali sono gli interessi politici ed economici mondiali dietro questa rivoluzione?

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...