Il concetto del diritto al ritorno in Siria, Libano e Palestina

Il diritto al ritorno dei rifugiati costituisce il nocciolo duro della questione palestinese. Lo si è visto anche il 15 maggio 2011, 63° anniversario della Nakba, quando migliaia di profughi hanno cercato di varcare le frontiere del Libano e della Siria per tornare nella loro terra.

Il diritto al ritorno non è una questione che riguarda solo i rifugiati palestinesi, ma è qualcosa di esteso, è una questione palestinese, umana, globale. Ogni giorno in Palestina ci sono nuovi profughi, nuovi palestinesi che vengono scacciati dalle loro case, dai loro villaggi a causa della costruzione del muro dell’Apartheid e dell’avanzamento delle colonie. Ed è una questione umana ed internazionale perchè i palestinesi sono la popolazione con il maggior numero di rifugiati, quasi 7 milioni in tutto il mondo.

Cosa significa vivere in esilio, essere rifugiati palestinesi? Che significato ha assunto il diritto al ritorno per i palestinesi all’interno e all’esterno della Palestina?

Prendendo le distanze da analisi politiche che partono dall’assioma dell’applicazione della legge internazionale, è possibile avvicinarsi al concetto del diritto al ritorno da un punto di vista sociale e culturale. La teoria è una cosa, la realtà un’altra.

Partiamo da un’esperienza personale: prima di visitare la Palestina ho conosciuto questa terra attraverso i loro occhi e i racconti dei rifugiati nei campi profughi di Siria e Libano: la Paestina per loro era una terra desiderata, amata, magica, una sorta di paradiso dal quale erano stati scacciati e verso dove desideravano tornare. Il campo di Yarmuk a Damasco è una realtà completamente separata da quella siriana, sembra di entrare in un limbo, in uno stato non stato, in un luogo di attesa per ascesa al Paradiso. I miei amici erano giovani, erano i nipoti dei rifugiati, non avevano mai visto la Palestina se non attraverso foto, filmati, racconti di amici. Null’altro. Forse non sapevano nemmeno che i loro villaggi di origine ora sono stati distrutti, che al posto delle loro case sorgono ora città israeliane. “Quando arrivi in Palestina bacia la terra. Fallo per me” mi ha detto ‘Ali, un ragazzo del campo profughi di Nahr al-Bared (Libano) quando gli ho detto che sarei andata in Palestina. “Se morirò in questo campo, voglio che le mie ceneri vengano portate verso terra che amo, verso la mia terra”.

In Palestina la realtà è diversa: ogni giorno si resiste contro l’occupazione, contro l’esercito israeliano, contro l’avanzamento del muro dell’Apartheid. La Palestina non è la terra paradisiaca che i rifugiati immaginano e sognano, ma un luogo di quotidiano conflitto, di oppressione. C’è maggiore attenzione per i particolari, per ogni singola realtà, si resiste per ogni centimetro di terra. I palestinesi in questa terra hanno una maggior coscienza politica, sono nati e cresciuti sotto occupazione, sono stati arrestati, picchiati o umiliati dall’esercito israeliano, e sono testimoni di continue violazioni dei diritti umani e repressioni.

Per i rifugiati all’esterno della Palestina, la patria è un modello, un’idea. “Cos’è la patria?” si domanda Kanafani nel suo libro Ritorno ad Haifa. “E’ la casa che abbiamo abbandonato? L’albero di ulivo che ci è stato sottratto?”. Niente di tutto questo: è un’idea, è qualcosa di sacro, è un sogno, una questione per la quale lottare e morire. Com’è avvenuto il 15 maggio, quando dieci persone sono state uccise sul Golan occupato mentre cercavano di attraversare il confine siriano verso Israele. “Ci hanno sparato proiettili veri” mi racconta Mohammad, un ragazzo di 21 anni di Yarmuk, “tre martiri abitavano nel campo profughi”.

La Palestina assume le sembianze di una donna perfetta, di una madre dalla quale si è stati separati e si desidera tornare: Signora terra, madre di ogni inizio e di ogni fine (Darwish, Su questa terra).

Il ritorno non è più qualcosa di materiale ma diventa un’idea astratta, l’idea di Palestina che è sempre stata immaginata. La chiave stessa,, che molti bambini hanno innalzato durante le commemorazioni per la Nakba come simbolo dello stato di rifugiati, non è più il mezzo per entrare nella vecchia casa ma è diventato qualcosa di sacro, di santo, una reliquia.

“Pensavo che la casa fosse più bella della strada per raggiungerla, invece è esattamente il contrario” (Darwish).

Così il diritto al ritorno si trasforma da questione politica a questione sociale e culturale. Ed è per questo che i palestinesi non rinunceranno mai a questo diritto.

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