Israele e la fobia della sicurezza.

Guardo la ragazza che mi perquisisce con un misto di odio e compassione. Dopo tre ore tra interrogatori e controlli mi lasciano andare.

“What did you do in IsRael?” mi chiede un soldato, colono, ancora prima di arrivare in aeroporto con la tipica erre moscia israeliana. “Sono una pellegrina, sono stata a Gerusalemme per tutto il periodo della quaresima e poi, dopo Pasqua, ho visitato Israele”. Racconto che di sicuro non convince i soldati e gli addetti alla sicurezza i quali mi allontanano subito dalla coda di persone in attesa del check-in e mi interrogano. Certo non posso dire che sono una volontaria attivista nell’Alternative Information Center, che scrivo articoli per denunciare l’occupazione e le terribili pratiche israeliane. Ma due ragazze giovani che sono state tre mesi in Israele non possono che essere sospette, molto sospette. Anche se fingono di essere pellegrine, anche se si sono preparate un alibi valido, anche se hanno cancellato ogni prova del loro lavoro in Palestina: nessun numero “sospetto” nel cellulare , nessun file “pericoloso” nel computer . Hanno persino un Vangelo nello zaino, cartoline della Chiesa della Natività e un santino….

La ragazza addetta alla sicurezza mi separa dalla mia amica e inizia a farmi una serie infinita di domande: dove sono stata, cos’ho visitato, chi mi ha pagato il biglietto, cosa faccio nella vita, quanti soldi hanno i miei genitori, dove ho conosciuto la mia amica, con chi sono venuta a contatto durante il viaggio, fino alle domande più strane: “Hai armi con te?”. No. “Hai una Bibbia?”. Alla mia risposta positiva, mi chiede di mostrargliela, assieme ad alcune foto sulla mia macchina fotografica. Attesa. Senza motivo, solo per il gusto di farci aspettare. Attaccano ai nostri bagagli un’etichetta gialla con un codice che inizia con il 6. Il famoso indice di pericolosità che va dall’1 al 7. Siamo abbastanza pericolose.

Vengono a prendermi, mi portano in uno stanzino blindato, e da lì in un piccolo camerino dove mi chiedono di togliermi le scarpe e la giacca. Mi perquisiscono, a lungo, controllano che non abbia esplosivo, che nel reggiseno, nella cintura dei pantaloni o sotto la pianta del piede non sia nascosto qualcosa. Aspetto che le scarpe vengano analizzate attraverso il metal detector. Non riesco a capire se tutto questo viene fatto per motivi di sicurezza, se gli impiegati siano davvero convinti di trovare possibili terroristi che vogliono farsi esplodere oppure se sia solo una procedura punitiva, pensata per tutti coloro che si sospetta “aiutino il nemico”. Di sicuro però lavorare in tale contesto deforma la realtà, condiziona il modo di vedere, pensare, percepire gli altri. Se lavorassi in un ambiente simile mi convincerei che i cosiddetti terroristi esistono veramente, che il mio lavoro ha un senso, che è giusto e necessario controllare i passeggeri per motivi di sicurezza. Diventerei pazza, come lo sono tutti gli impiegati all’interno dell’aeroporto Ben Gurion. Mi portano di nuovo vicino al check in, scortata da tre ragazze che controllano ogni mio singolo gesto e movimento.

E lì vedo che il mio zaino è stato completamente aperto, disfatto, ogni mio oggetto personale gettato in un vassoio di plastica…..carte di credito, penne, soldi, vestiti sporchi, tutto è buttato lì, assieme, in disordine. Mi sento privata della mia intimità, della mia sfera più personale, rifaccio lo zaino con rabbia, nervosismo ed odio nei confronti dei due uomini che ho di fronte a me, i quali mi obbligano a spedire il computer come bagaglio di stiva. Motivi di sicurezza. Solo per me e la mia amica, non per gli altri passeggeri. Ci accompagnano alla dogana, e da lì torniamo ad essere libere. Con tanta rabbia ed umiliazione addosso.

E questo non è niente. A volte obbligano i passeggeri a spogliarsi nudi, li chiudono in delle stanze di perquisizione per ore, fanno perdere loro il volo e li obbligano a ricomprarne un altro.

Ma il mio pensiero è volto a tutti i palestinesi che quotidianamente subiscono umiliazioni fisiche e psicologiche da parti di soldatini diciottenni. Palestinesi il cui sogno impossibile sarebbe quello di poter prendere l’aereo da Tel Aviv, senza dover passare per la Giordania.

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3 risposte a “Israele e la fobia della sicurezza.

  1. sono appena tornato da Israele – dove sono stato per impegni accademici – e anch’io sono ovviamente disturbato dalla meticolosità dei controlli all’aeroporto di Tel Aviv. Ma l’eccesso di controlli è in parte giustificato, tra l’altro, dal fatto che un certo numero di persone che svolgono attività politica – del tutto legittimamente – si spacciano per pellegrini o altro. Come dire: gli israeliani sospettano di tutti, ma c’è chi contribuisce ad alimentare il sospetto…

  2. è legittima dal mio punto di vista. Israele, in modo più o meno condivisibile, blocca gli stranieri che entrano per svolgere attività giudicate anti-israeliane, cosa che come stato temo abbia il diritto di fare. Nella zona entrare non è mai particolarmente facile: sono un professore di arabo e la prima volta che ho chiesto un visto per la Siria mi hanno chiesto un certificato di battesimo per provare che non fossi ebreo (ora hanno tolto quest’idiozia, fortunatamente, anche se in Siria non si può entrare per altri motivi)…

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