Jamila, a nord, raccogliendo le olive

Jamila ha un viso da bambina ma si vede che è già una donna: occhi grandi, neri, truccati, un po’ in carne, un velo colorato, che nasconde dei bellissimi capelli neri. E’ sposata, ha due vivaci bambine che coccola con amore materno.

Marwan, 15 anni, fratello di Jamila, tra gli alberi di olivo

Vive a Burin, un villaggio vicino a Nablus, in una casa povera, spoglia, sovraffollata di gente. Ha 6 fratelli e 3 sorelle, il padre fatica a camminare, la madre appare stanca, sfinita. Ho raccolto olive tutto il giorno con due dei suoi fratelli. Ibrahim, 28 anni, è un ragazzo che non è mai andato a scuola eppure adora la poesia, compone poesie e ha la passione del canto. Jamila e Ibrahim si assomigliano, entrambi appaiono genuini e spensierati, Ibrahim mentre canta nei campi raccogliendo olive, Jamila quando mi racconta della sua passione per la moda e il disegno. Vivono quotidianamente minacciati dalla violenza dei coloni da cui sono completamente circondati: ci sono due insediamenti e tre avamposti, coloni da ogni lato, una by-pass road che separa i campi dalle case. Solo due mesi fa oltre 250 olivi di Burin sono stati bruciati, parte di questi erano di proprietà della famiglia di Jamila.

Lei sorride, mi mostra alcuni suoi disegni come se volesse trovare conferma del suo talento. “Lavoro nella colonia qui vicino” mi racconta – produciamo stoffe e le fantasie le decidiamo noi. Ti piacciono vero?”. Mi regala una federa a righe blu, l’etichetta è in ebraico. La guardo con un finto sorriso, forse un po’ sconvolta e infilo il regalo nello zaino senza più sapere cosa dire.

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