Visita al parlamento palestinese

Da lontano l’edificio del Parlamento palestinese appare una fortezza, con finestre strette e lunghe, che sembrano delle feritoie più che un modo per far filtrare luce all’interno. Quasi a simboleggiare la poca trasparenza di questa struttura governativa. Ma anche la volontà di proteggersi dall’esterno.

Il parlamento palestinese ad Abu Dis

Si entra per un cancello aperto solo per noi. Di solito questa enorme struttura, costruita durante gli accordi di Oslo e mai terminata, è chiusa al pubblico, abbandonata.

L’interno è impressionante, buio, incompleto, non ci sono dubbi sul fatto che sia un Parlamento, davanti a me c’è un grande anfiteatro, angosciante e abbandonato. Calcinacci per terra, tubi di gomma che escono ovunque dal soffitto, come dei grossi serpenti appesi agli alberi.

L'interno del parlamento

L’aspetto è tetro, surreale, camminiamo al buio, saliamo le scale fino al tetto, facendoci luce con una torcia. Siamo finalmente sulla terrazza, in alto, alla luce del sole. Ma lo spettacolo che si presenta ai nostri occhi è altrettanto assurdo, surreale. Il muro di Separazione è a pochi metri da noi, in basso, e al di là, si estende Gerusalemme Est, o meglio l’altra metà di Gerusalemme Est, la città vecchia, Silwan, il Monte degli Ulivi, la cupola della Roccia, il quartiere di Ras al-Amud. Ci metto un attimo per capire dove sono, poi realizzo: sette mesi fa ero esattamente dall’altra parte del muro, forse a cinque metri da dove mi trovo ora, vedevo per la prima volta il muro, questa orribile barriera di cemento alta 8 metri che ha completamente diviso un popolo, una città, una famiglia, due vicini di casa, due fratelli.

Era marzo, ero arrivata da due giorni a Gerusalemme, ero sopra il monte degli Ulivi e avevo visto questo blocco di cemento che si snodava tra le colline. Era davvero così il muro? Come ipnotizzata avevo voluto raggiungerlo, vederlo da vicino, toccarlo. Avvicinandomi, tutto si faceva più piccolo, le case dall’altra parte della barriera scomparivano, mentre il muro si ingrandiva e si presentava in tutta la sua aggressività e brutalità. Ero curiosa, volevo vedere al di là, sapere cosa c’era. L’unica cosa che potevo vedere era una moschea, la cupola e il minareto affioravano, mentre il muezzin cercava di spargere il suo richiamo alla preghiera tra tutti i fedeli, di entrambi le parti del muro.

Ora, dal tetto del Parlamento, vedo la moschea, la stessa moschea, sotto di me, questa volta sono dalla parte giusta, la posso vedere tutta. Ora sono dall’altra parte, il cerchio si è chiuso.

Vista su Gerusalemme Est dalla terrazza del parlamento

Ma non posso che commuovermi vedendo vicino a me gli studenti palestinesi che, entusiasti, scattano foto di Gerusalemme, della città vecchia, di quella Gerusalemme che da oltre dieci anni non possono più raggiungere. Chissà, magari non sono mai stati più vicini di così.

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