A due passi dalla Linea Verde: la storia di Jamil

Jamil accosta la sua auto, mi fa entrare e riparte. E’ strano vedere una “Ajnabiya” (straniera) in quelle desolate terre nell’estremo sud della Cisgiordania. Jamil ha la faccia seria, segnata dal tempo, la kufiya rossa in testa. Non parla, sono io che rompo il silenzio. Ha lo sguardo fisso, gli occhi tristi ma di un’espressività infinita. “Tafaddali ila al-bet”. Bastano poche parole in arabo per farsi invitare a casa. Qualche minuto dopo arriviamo a Wadi al-Khalil, un piccolissimo villaggio a pochi passi dalla Linea Verde, in lontananza si intravedono i palazzoni di Beer Sheva. In una costruzione molto più simile ad una tenda che ad una vera e propria casa, sorseggiando un buonissimo tè, Jamil mi racconta la sua storia.

Verso il villaggio di Wadi Al-Khalil

Sono un beduino, lavoro in Israele, ogni mattina mi faccio un’ora e mezzo di auto per andare a Tel Aviv. Mi alzo alle 5 e torno alle 19, sei giorni a settimana fuorchè il sabato. Ho un permesso sifr sifr (zero zero) – un permesso che permette di lavorare e di dormire in Israele, di solito molto difficile da ottenere – me lo avevano dato quando lavoravo vicino ad Aqaba, a più di duecento chilometri da casa mia. Questo permesso mi costa 1500 shekel al mese [l’equivalente di 300 euro]. Questo significa che ogni giorno pago 50 shekel solo per avere il permesso di andare al lavoro, senza considerare il costo della benzina e il tempo impiegato. Loro mi controllano, decidono della mia vita.

Anche qui nel mio villaggio non ho il controllo su niente: la mia casa non ha nessun permesso, l’esercito da un giorno all’altro potrebbe venire qui e demolirla. L’hanno già fatto due volte. Io l’ho ricostruita. Ho un’altra scelta?

Non ho acqua in casa, devo comprarla dall’Autorità Palestinese, che a sua volta la compra da Israele. Tutti ci guadagnano, io pago. Questo è un territorio ricco di acqua, basterebbe scavare un pozzo. Ma non ho il permesso. Mio fratello una volta ha provato a scavare un pozzo, è arrivato l’esercito e l’ha arrestato. Perchè ha scavato un pozzo. Ho le terre ma senza acqua non posso coltivarle. E’ tutto secco, non cresce nulla. E pochi metri più in là, all’interno [Israele] e nelle colonie tutto è verde e rigoglioso. Nessuno si è mai chiesto da dove prendono l’acqua? Io non posso nemmeno dar da mangiare alle mie pecore, sono costretto a comprare il mangime da Israele. Sono un beduino e sono costretto a lavorare, in Israele, in un posto che non amo. Potrei vivere qui, di pastorizia, se questo fosse un paese normale, un paese senza occupazione. La situazione è peggiorata terribilmente con la costruzione del muro, da sei anni ci hanno chiuso dentro, hanno confiscato molte terre, e costretto a fare questa vita. Per vivere non abbiamo altra scelta che andare in Israele a lavorare. Ma il permesso costa, tanto, troppo. Se domani perdo il lavoro, perdo il permesso. E non ho nessuna certezza per il futuro. Senza dimenticare che il permesso lo rilasciano solo agli uomini che hanno più di 30 anni. Che senso ha permettere di lavorare a me, che ormai sono anziano?”

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...