Alla scoperta del villaggio di Zanuta (colline a sud di Hebron)

“Zanuta Zanuta, dopo andiamo a Zanuta, nel mio villaggio” mi ha continuato a ripetere Khalil durante il viaggio. Ci siamo arrivati alle 3 di pomeriggio di una fresca giornata autunnale, dopo quasi un’ora, in attesa di un passaggio su una by-pass road che collega Beer Sheva alle colonie a sud di Hebron. Zanuta è un minuscolo villaggio palestinese, di tende, baracche e stalle per animali. Senza elettricità, senza acqua. Minacciato dalle continue demolizioni delle strutture abitative e sanitarie e dall’attività di colonizzazione israeliana.

Demolizione di una struttura sanitaria (Zanuta)

“Quello che sorge davanti a noi è un’industria israeliana di olio per automobili, una fabbrica di shampoo e di prodotti di bellezza, e c’è anche una stazione dei bus. Ovviamente vietata ai palestinesi” mi ha raccontato un abitante di Zanuta – ci hanno rubato le terre, non possiamo avvicinarci a quelle strutture, non possiamo portare le nostre greggi a pascolare in quelle terre che fino a 10 anni fa erano nostre. La sera è pieno di luci, persino le strade sono tutte illuminate. Qui invece non abbiamo nulla, né elettricità, né acqua”. Prende il cellulare in carica grazie alla batteria di un trattore, e telefona ad un suo amico.

Il villaggio di Zanuta e sullo sfondo una colonia israeliana

A Zanuta vivono 3 famiglie, originarie della città di Dhahiryyia, pochi chilometri a sud di Hebron. E’ praticamente disabitata d’inverno – fa troppo freddo, non abbiamo nulla per scaldarci – ma in primavera e nei mesi estivi torna la vita e almeno un centinaio di famiglie di pastori popolano questo dimenticato villaggio nell’estremo sud della Cisgiordania. Non ci sono bagni né strutture sanitarie, l’esercito israeliano li ha più volte demoliti. Solo caverne e grotte.

Rottame utilizzato per dormire, fresco d'estate e caldo d''inverno

Entro in una casa, fatta di pietre messe una sopra l’altra, una stanza dall’ingresso minuscolo, con una bombola di gas, alcuni materassi, un frigo e delle mensole per il cibo. C’è una donna anziana, bella, ridente, gli occhi azzurri le illuminano il viso. Mi offre del formaggio che produce con le sue stesse mani, con il latte delle sue pecore. Ha un sapore molto forte, lo accompagno con del pane, cucinato nel tannour, un tipico forno che avevo già visto nelle campagne siriane. Lì dentro sembra quasi di essere in un mondo separato, lontano dall’occupazione, un mondo fatto di cose semplici e genuine. La donna, di cui non conosco il nome, vive in questa stanza per tutto l’anno, col caldo torrido dell’estate e il freddo pungente dell’inverno, assieme ai suoi due figli. Mi invita a rimanere con loro, di notte. Non posso, ma le prometto di ritornare. Davvero.

Il villaggio di Zanuta e il forno tannour

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