Ultimo giorno in Palestina, da Shirin

E’ il 25 dicembre. Ultimo giorno di Palestina. Che fare? Shirin abita a Husan, un villaggio a pochi chilometri da Betlemme. Ci invita a pranzo. Waraq dawali (deliziose foglie di vite ripiene di carne e riso), è davvero l’ultima occasione. Lascio una casa disordinata, una valigia ancora da fare, tanti pensieri ancora da capire. Piove, le strade sono allagate, è freddo e c’è persino la nebbia. Arriviamo bagnate ed infreddolite. Che brutto tempo! “Adoro l’inverno, il freddo, la nebbia” esclama Shirin contenta. In Palestina è qualcosa di strano, di diverso dal caldo torrido e secco dell’estate e dalle lunghe giornate di sole. Ci sediamo su un morbido tappeto, con i piedi rivolti verso una piccola stufetta a gas. Chiacchieriamo con le sorelle, la madre, la zia, giocherelliamo con i timidi nipotini, Ahmed, Mohammed e Bara’a, ascoltiamo in silenzio la terribile storia della sua famiglia, l’arresto del fratello, la distruzione della casa, il ritiro dei permessi per le visite in prigione.
“E’ tutta colpa vostra” ci dice il padre – è tutta colpa dei tedeschi”.  Apre un pacchetto di sigarette, ce le offre, ed inizia a fumare.

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