Ritorno, interrogatorio

Si ripete lo stesso scenario dell’altra volta. Solo che questa volta ho il visto di un anno, un visto rilasciato dall’ambasciata israeliana. Eppure il trattamento è lo stesso, anzi forse peggiore. Io però sono diversa. Meno impaurita, più arrabbiata. E con l’idea che sia una routine a cui ci si debba abituare. Qualcosa di normale. E forse questa è la cosa che più mi spaventa. Non c’è niente di normale nell’aeroporto Ben Gurion, nei controlli capillari e nel trattamento umiliante a cui sono sottoposti i viaggiatori. Codice 5, subito declassato a 6. Sono molto pericolosa. I miei libri di arabo, che vedono non so come attraverso i raggi X, li insospettiscono subito. Libri di letteratura e grammatica, non di Palestina. Persino un piccolo libretto di preghiere in 10 diverse lingue viene ispezionato. “Perchè è scritto in arabo?”. Un pacco di pasta, inutile dire con alcune scritte in arabo, viene forato per controllare che non ci sia esplosivo. E stessa fine per il pop-kek (piccolo dolce confezionato turco): divieto di portarlo nel bagaglio a mano. Da imbarcare. “Ma è un dolce?” replico. “Lo vedo che è un dolce” mi risponde seccata l’agente israeliana di sicurezza, una ragazzina che forse non raggiunge nemmeno i vent’anni. “Ma certi tipi di dolci non possono essere portati nel bagaglio a mano”. Traduco: dolci con scritte in arabo. Se potesse, metterebbe un 6 anche a quelli.
Poi è il mio turno, solito stanzino, solita assurda perquisizione, girati, siediti, togliti la maglia, la pinza per i capelli, gli occhiali, apri la cerniera dei pantaloni, alza i piedi, aspetta cinque minuti mentre controllo i tuoi vestiti col metal detector.
Non sono spaventata questa volta, solo indignata, tanto. “Ma lo sai che il lavoro che fai non è normale”. Mi chiede di ripetere, poi non risponde. Continuo: “Non riuscirei mai a fare quello che stai facendo a me”. “I am veRy soRRy” risponde.
Mi scorta al gate per il check-in, due zaini ed un pacco separato per i due pericolosi libri in arabo. Misure di sicurezza.

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3 risposte a “Ritorno, interrogatorio

  1. Grazie di questo post! Mi dispiace tantissimo. Se non lo hai ancora letto ti consiglio “Non odierò” di Izzeldin Abuelaish. Un gran bel libro. Un abbraccio

  2. Pingback: Piombo fuso e veleni a gocce: vita da palestinese sotto l’imperio israeliano « MAKTUB·

  3. Pingback: Piombo fuso e veleni a gocce: vita da palestinese sotto l’imperio israeliano | Informare per Resistere·

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