Un anno in Palestina….ricordi, emozioni, incontri

Il 2011 è terminato e con esso anche la mia esperienza a Beit Sahour in Palestina. In questo lungo post ho raccolto pensieri, incontri, luoghi ed emozioni che porterò sempre nel cuore. Un anno non facile, di alti e bassi, o meglio di bassi che poi pian piano si sono trasformati in alti e che ora mi han dato la forza di continuare sulla strada che ho iniziato e di scoprire nuovi aspetti di questa terra martoriata….

Primo impatto Timbro di tre mesi, emozione dell’atterraggio, strada per Gerusalemme. “Quella è Ramallah” ci dice Rami, il tassista. Ramallah, la città di Arafat. Siamo su un’autostrada per israeliani, solo per auto con targhe gialle. Gerusalemme è un gioiello, ma piena di turisti. Non è come Damasco. Sento parlare arabo, mi butto subito in quella realtà che avevo abbandonato da meno di tre mesi. Gerusalemme, la città santa. Salgo sul monte degli ulivi, il muro diventa reale. Un serpente nero che divide le colline, che spezza e separa due realtà, due mondi. Il muro si avvicina, diventa più grande, da dietro il cemento compare il minareto di una moschea. E’ dall’altra parte. Incredulità.

Scena memorabile E’ la Giornata della Terra, siamo da poco arrivate in Palestina. Veniamo invitate ad Husan, un piccolo villaggio vicino a Betlemme. Cosa andiamo a fare? Andiamo a piantare olivi in solidarietà col popolo palestinese in una terra minacciata da una colonia israeliana. L’insediamento di Beitar Illit è attaccato al villaggio, la terra è in pericolo. Piantiamo ulivi, parliamo con gli abitanti del villaggio, ascoltiamo le loro storie. Tutto è nuovo ai nostri occhi. Ci raccontano che hanno perso centinaia di acri di terra, confiscati e rubati dai coloni israeliani. C’è il sole, scaviamo buche e piantiamo piccoli alberi di olivo, ci vogliono cinque anni prima che facciano i frutti. Terminiamo stanchi ma soddisfatti, circondati da jeep militari e soldati israeliani – poco più che ventenni – che controllano i nostri movimenti. “Tanto questi alberi verranno sradicati nelle prossime ore dai coloni, con la complicità dell’esercito” ci dice un collega – ma noi continueremo a piantare, non ce ne andremo da questa terra”. Resistenza.

Stati d’animo Provo rabbia, tanta rabbia, e ne sono spaventata. Non avrei mai pensato di poter provare emozioni così forti nei confronti di altri esseri umani. Rabbia, forse anche qualcosa di più, che ho paura a definire odio. Al check-point la mattina all’alba, quando Betlemme e Gerusalemme dormono ancora, grida disumane squarciano il silenzio della notte, uomini in fila attendono da ore dietro ad un tornello del check-point che non vuole aprirsi. Che non vuole essere aperto. Gli uomini sono stipati uno sull’altro, in una gabbia che toglie loro ogni tipo di dignità, di rispetto, di umanità. Sono trattati peggio delle bestie, costretti ad attendere per ore all’alba l’apertura di un tornello che permetta loro di andare al di là del muro per poter recarsi al lavoro. Ma il gate si apre solo quando decide il soldato. Tutto è arbitrario. Se il soldato non vuole, non si apre. Mi metto in coda con i palestinesi, vedo i loro volti scavati, sconvolti dal sonno, dall’umiliazione, dalla stanchezza. Attendo. Il check-point non viene aperto. E anche domani mattina migliaia di lavoratori rimarranno in attesa. Provo rabbia e ne ho paura. Impotenza.

Luoghi Ogni giorno all’Alternative Information Center (Aic). Ogni giorno in quell’ufficio di Beit Sahour che mi è sembrato tanto bello ed accogliente all’inizio, tanto puzzolente e rumoroso nel mio lungo periodo di crisi e che alla fine ho considerato la mia casa, il luogo di lavoro, di incontri e di risate. Un luogo di vita.
Nell’ultimo periodo, andare a lavorare era una sorta di rito: si iniziava con un caffè – accompagnato, per i fumatori, dalla prima sigaretta della giornata. Poi si chiacchierava coi colleghi, si analizzavano le notizie del giorno e la situazione politica,  per passare, a volte, ad un’analisi approfondita delle dinamiche regionali. Altro caffè, altra sigaretta.
Giungeva poi l’ora di lavorare, ognuno tornava al proprio posto, si occupava del proprio compito. L’ambiente era fumoso ed affollato, due piccole finestrelle per due, tre, a volte anche cinque fumatori. L’aria era irrespirabile. Quello stesso fumo che fino ad un mese prima mi era sembrato dannoso e intollerabile, si è quasi trasformato in un simbolo dell’Aic, in una sua componente essenziale e necessaria. L’atmosfera era festosa, allegra, dinamica. Si stava bene lì. Non c’erano regole, orari, controlli. Era tutto auto-gestito, eppure il lavoro veniva portato avanti. Ognuno aveva i propri tempi, i propri ritmi.
Negli ultimi due mesi l’ufficio è stato il mio luogo, una sorta di bolla che mi proteggeva dalla realtà esterna, e che mi ha dato delle chiavi di lettura politiche, emotive, sociali e culturali per affrontare la vita. In Palestina e in Italia.

Andar via da lì è stato…La partenza è stata veloce, frenetica, improvvisa, non mi sono resa conto che, a partire, questa volta, ero io e non i miei amici. Partire è stato utile per rielaborare le mie emozioni, per uscire dalla bolla della Palestina, di Beit Sahour, dell’Aic, un modo per vedere la realtà e l’esperienza vissuta in modo più lucido. Partire è stato un modo per vivere più intensamente l’ultimo periodo, per fare delle cose che forse non avrei mai avuto il coraggio di fare. Partire è stato un bell’arrivederci, una pausa prima del ritorno.

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