Di nuovo a casa

Tel Aviv. Arrivo a mezzanotte, una bella dormita su una scomoda sedia nel terminal degli arrivi. 7 ore di sonno, da seduta, abbracciata al mio zainone, inseparabile compagno di viaggio. La stanchezza deve essere davvero tanta. Persino il continuo annuncio “Si avvisano i viaggiatori che è vietato portare armi in tutte le hall dell’aeroporto” diventa una sorta di ninna nanna. Sogno, mi sveglio, mi sposto, cambio sedia, cerco una posizione non troppo dannosa per il mio collo, ma sostanzialmente dormo. E anche bene. Mi sveglio alle 8 del mattino, due ore dopo l’alba. Prendo lo sherut fino al check-point, con fastidiosi ebrei americani che inveiscono contro la maleducazione dell’autista. Ma una delle poche cose che ho imparato in Israele è che per poter guidare uno sherut bisogna essere antipatici. Un viaggio eterno, di più di due ore, alla scoperta di nuovi quartieri di Gerusalemme, per poter accompagnare sotto casa coloni ed ebrei ortodossi. Scendono tutti, rimango solo io. “Se devi andare a Betlemme, devi attraversare il confine” mi dice il simpatico autista. Lo so, rispondo. Vorrei dirgli che non è un confine, visto che la Linea Verde l’abbiamo già passata da un pezzo. Ma non ho voglia di sprecare fiato. Ci fermiamo. Esco dal service. “Goodbye darling”.  Attraverso il check-point, a piedi, col mio zaino. Finalmente sono tornata a casa.

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