All’interno della colonia di Tomer, Valle del giordano

Pazza idea….
Cappuccio in testa, giacca scura, pantaloni larghi. Per entrare nella colonia israeliana di Tomer è meglio fingersi dei lavoratori palestinesi. Da dietro nessuno può sospettare che sono una ragazza.  Avevo già usato un travestimento simile a Damasco, per andare a casa di un amico dove non potevano entrare donne. Situazione ben diversa, ma stesso travestimento. La sera prima ero un po’ preoccupata, in teoria entrare in una colonia israeliana, fare foto e parlare con i lavoratori è vietato, ma come mi aveva raccontato il mio coinquilino Des, per entrare non bisogna passare nessun controllo. Ed anche i coloni non sono abituati agli attivisti internazionali. “Non dovremmo incontrare coloni, alle 6 di mattina dormono, e se anche fosse diciamo loro che siamo interessati all’agricoltura” mi ha rassicurato Des. Ed in effetti è andata proprio così.

L’ingresso nella colonia, assieme i lavoratori palestinesi
Sveglia alle 4, travestimento da lavoratore e via in jeep da al-Jiftlik fino al villaggio di Fasayil, nella Valle del Giordano. Non appena i primi bus provenienti dalle città settentrionali della Cisgiordania iniziano a scaricare i lavoratori lungo la bypas road 90, scendiamo dalla macchina e attendiamo con loro. Il sole deve ancora sorgere, le vicine montagne giordane si illuminano pian piano. Le stelle lasciano spazio ai colori dell’aurora. Accanto a noi un gruppo di giovanissimi palestinesi attende in silenzio attorno ad un caldo fuoco. Tutti hanno il cappuccio, il cappellino col frontino, giacche scure e pantaloni larghi. Il nostro look è perfetto. Ci allontaniamo dalle persone che conosciamo, non vogliamo metterli in pericolo, non vogliamo che vengano accusati di aver portato all’interno degli internazionali. Basta prendere una strada che parte perpendicolare dalla by-pass road 90 (che collega Gerusalemme a Tiberiade) e ci si ritrova subito nella colonia di Tomer.  Nessun controllo, nessun check-point. Mentre camminiamo arriva un trattore carico di palestinesi. Rallenta, l’autista ci invita a salire, corriamo, prendiamo lo slancio e ci sediamo accanto agli altri lavoratori. Ci stiamo inoltrando nella colonia…..

Prime impressioni
Arriviamo ad una serra, i lavoratori scendono ed iniziamo il loro lavoro. Noi ci allontaniamo e ci perdiamo per la lunghissime strade che proseguono dritte verso l’infinito. Dalla strada 90 non ci si può rendere conto di quanto vasta sia l’area controllata da Israele. Tutte terre sottratte ai palestinesi, aree fertili e ricche di acqua. Sulla mia destra e sulla mia sinistra si estendono filari di viti che non sembrano avere mai fine, serre di peperoni, verdi piantagioni di pomodori. Non ci sono lavoratori, camminiamo solitari, in lontananza il rumore dei trattori….le strade si susseguono senza fine, tutta l’area tra la strada 90 e il confine giordano è diventata una grande serra che ruba le risorse idriche ai palestinesi e produce frutta e verdura che vengono poi esportate nei mercati europei.

Primi incontri
I primi lavoratori che incontriamo sono seduti intorno al fuoco e stanno preparando il te. Alcuni sono giovanissimi, non raggiungono di sicuro i 18 anni di età. Sono timorosi, si lasciano fotografare, ma hanno paura del loro padrone. Palestinese, ci tengo a sottolineare. Nelle colonie si sono create una serie di gerarchie. C’è il boss dei boss israeliano. Poi c’è una sorte di intermediario palestinese che trova la manodopera ed organizza i trasporti. E’ lui che paga i lavoratori. E poi c’è la manodopera palestinese, sfruttata e sottopagata. Mohammad abita a Jenin, ogni giorno fa più di 50 chilometri per andare al lavoro. Parte alle 4, in un bus stracarico di lavoratori, non si sa mai quanto tempo si attende al check-point che separa la Valle del Giordano dal resto della Cisgiordania. Lavora 8 ore al giorno, dalle 6 alle 14 per 50 shekel. Ha una moglie ed otto figli da mantenere.

Il colono
Ci avviciniamo a due uomini che stanno innaffiando le piante. Li salutiamo, iniziamo a parlare. Ma pochi secondo dopo si avvicina un’automobile con la targa gialla. Panico, sono israeliani. Esce un colono, anziano, brizzolato. Parla un misto di arabo ed ebraico. Noi rimaniamo immobili. Si rivolge ai due lavoratori, prima di tutto chiede loro alcune cose relative al lavoro. Poi ci guarda e non capisce chi siamo. “Ajanib, ajanib (stranieri)” risponde uno dei due palestinesi – non li conosciamo, sono appena arrivati”. E subito il colono si rivolge a noi in inglese. “Veniamo dall’Irlanda e siamo interessati all’agricoltura” risponde deciso Des. Il colono non si insospettisce, nonostante Des abbia una visibile macchina fotografica, non ci fa altre domande, e risale in auto come se niente fosse. Il giro può proseguire.

Alle 8, per paura di incontrare altri coloni e per non mettere in pericolo altri palestinesi, decidiamo di uscire. Ma a nemmeno cento metri dalla strada principale notiamo alcuni lavoratori palestinesi in un campo di pomodori. Ci avviciniamo ed iniziamo a chiacchierare. Sono più disponibili e aperti anche se non vogliono farsi fotografare. Bassam però, il meno timoroso, ci consente di fargli un video. Non vogliamo metterlo in pericolo, gli ripetiamo più volte, che se non se la sente non facciamo nulla. Bassam ha diciotto figli e due mogli. Lavora nella colonia di Tomer da 25 anni, per 75 shekel al giorno. Vive nel vicino villaggio di Fasayil, quattro dei suoi figli lavorano con lui nei campi. Senza il loro aiuto non riuscirebbe a mantenere la famiglia. Mentre parliamo si avvicinano silenziose delle donne. Depositano i pomodori appena colti in una cassetta e tornano, chine, al loro lavoro. Vorrei parlare con loro, in questo momento essere una ragazza aiuta, ma non ne trovo il coraggio. Le vedo scomparire tra le verdi piantagioni senza che riesca a pronunciare una parola…..

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