Hamda e il lavoro nelle colonie

Hamda mi accoglie nella sua semplice casa quando ormai il sole sta tramontando ed una fresca brezza si è da poco alzata in tutta la Valle. Due letti, una piccola televisione, un ventilatore, una poltrona che scopro essere una sedia dondolo, una tenda che nasconde il resto della casa. Arredamento semplice, abitazione piccola, modesta. Hamda vive da sola col figlio di 11 anni. Estremamente strano ed inusuale per una famiglia palestinese. Ed anche io provo una sensazione di tristezza e solitudine. Eppure in Italia potrebbe quasi essere la norma. Mentre sorseggio un buonissimo tè alla menta, Hamda mi racconta la sua storia.

“Sono da sola, Da’oud ha 11 anni e non ha mai conosciuto il padre. Ci siamo sposati, quando ero incinta di due mesi se n’è andato in Giordania. E io sono da sola. E malata. Ho continue perdite di sangue, ho la gambe e le braccia gonfie. Sono stanca. Per vivere devo lavorare. Giusto? Senza soldi non si vive”.

Hamda lavora nella colonia israeliana di Miss’ua, costruita negli anni ’70 confiscando terre e acqua del villaggio di al-Jiftlik. Una colonia che ha completamente diviso in due parti il villaggio e che si espande giorno dopo giorno.

“Ogni giorno 7 ore, dalle 5.30 alle 13.30, 70 NIS (14 euro). Oggi giorno viene un taxi a prendermi a casa, e io, mio fratello e mio cugino andiamo assieme a Miss’ua. Sono stanca, tanto stanca, ho male alle braccia. Di solito raccogliamo verdure, tra un po’ arriva la stagione dell’uva, dobbiamo togliere i chicchi marci o appassiti. E’ pieno di donne come me, vengono da al-Jiftlik e dai villaggi vicini. Dobbiamo sopravvivere in qualche modo, giusto? Come faccio a comprare il cibo e i vestiti per mio figlio, a pagargli i trasporti e la scuola? Non siamo solo palestinesi, ci sono anche tante thailandesi che lavorano con noi. Parlano arabo, ma poco, vengono con un programma del governo, hanno una casa dentro la colonia, a volte ci sono anche i mariti. I figli no, non si vedono mai, li rimandano in Thailandia. La vita è dura, bisogna lavorare, non ci sono altre possibilità, se ci fosse qualcosa ad al-Jiftlik preferirei stare qui, ma non c’è niente. Ho iniziato a lavorare lì, non ho mai lavorato in altri posti. Bisogna pur guadagnare, no?”.

Saluto Hamda quando ormai è buio, il tè si è raffreddato, il figlio guarda i cartoni animati di Topolino e Pippo, in arabo. Non riesco a farle una foto, non ho nemmeno il coraggio di domandarglielo. Accetterebbe, ne sono sicura, ma voglio che lo stanco viso di questa donna rimanga un ricordo solamente mio. Gli altri hanno la possibilità di immaginarlo.

Annunci

3 risposte a “Hamda e il lavoro nelle colonie

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...