Nakba Day e polizia palestinese

Oggi in Palestina è la giornata della Nakba, “la catastrofe”, giorno della creazione dello stato israeliano. Giorno in cui il popolo palestinese commemora l’espulsione di più di 750 mila persone dalle loro case e dalle loro terre. Ora i profughi sono diventati più di cinque milioni, li ho incontrati in Siria, Libano e Giordania. Tutti originari di Haifa, Akka, o di altri villaggi che ora sorgono nel nord di Israele. “Bacia le terra quando arrivi in Palestina, fallo per noi” mi han detto quando han saputo che sarei arrivata qui. Mi han mostrato la chiave della loro vecchia casa, che i loro padri sono stati costretti ad abbandonare. Una chiave che è diventata il simbolo della Palestina, che ha assunto un valore sacro. “Ritorneremo, non sappiamo quando, forse non noi, ma il popolo palestinese ritornerà”.

Ormai sono in Palestina da più di un anno, ricordo l’entusiasmo con cui ho partecipato alle manifestazioni per il 63° anniversario della Nakba l’anno scorso, nel piccolo villaggio di al-Walaje, vicino a Betlemme. Ma quest’anno no, ho deciso di non partecipare, forse per pigrizia, forse perchè ho visto troppe manifestazioni senza nessun tipo di coordinamento, disorganizzate e senza leadership. Forse perchè mi sono stancata della violenza gratuita degli israeliani, dei gas lacrimogeni, delle bombe sonore, dei proiettili di plastica, spesso lanciati contro manifestanti non armati. Lo so che oggi sarebbe stato diverso, che essere lì, assieme ai palestinesi, avrebbe avuto una valenza più grande, che sarebbe stato un modo per ricordare con loro la Nakba, per esprimere solidarietà ai prigionieri politici rinchiusi nelle carceri israeliane, ma forse ho preso questa decisione dopo lo spettacolo che ho visto ieri. Erano le 9 di sera, stavo tornando a casa, e vicino al campo profughi di Aida a Betlemme, un gruppo di ragazzi palestinesi stava facendo una manifestazione intonando cori e sventolando bandiere. A pochi metri da loro, schierati, con manganello e scudo, c’erano i soldati palestinesi, a difendere il muro, a fare il lavoro sporco degli israeliani. Una scena surreale, ma che rappresenta in modo fin troppo chiaro il ruolo che l’Autorità Palestinese svolge in questo momento in Palestina.

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