Verso al Jiftlik, incontri in taxi

Anata, un disordinato e caotico villaggio palestinese, che ricorda di più la Siria che la Palestina. Attendo un service per andare a Gerico, sotto un caldo sole e un’afa soffocante. Finalmente si ferma un taxi, prezzo da service, nonostante sia l’unica passeggera. Ho voglia di riflettere, in silenzio. Inizio a guardare fuori dal finestrino, la mente inizia a perdersi tra mille pensieri, mentre cerco di seguire l’orlo delle aride colline che da Gerusalemme raggiungono Gerico. “Sei Ajnabia (internazionale)?” mi chiede il tassista. “Ah” rispondo, sperando che il silenzio non venga rotto. “Ta7ki 3arabi (parli arabo)?” continua. “Ah” rispondo. E’ l’inizio della conversazione. A parte le solite domande di routine, sei sposata, dove vivi, ad al-Jiftlik???, quanto guadagni, non guadagni??, il tassista – a cui non ho nemmeno chiesto il nome – inizia a raccontarmi la sua storia senza che gli chieda nulla. Vive a Gerico, anche d’estate, nonostante il caldo di giorno sia insopportabile. Ha partecipato alla prima Intifada, è stato arrestato mentre stava lanciando dei sassi contro l’esercito israeliano. Era il 5 febbraio, se lo ricorda ancora. E’ stato portato a Dhahariya, un villaggio palestinese nel sud della Cisgiordania. “Ci hanno legato, bendato, ammanettato, e trasportato in jeep tutti assieme con l’accusa di aver lanciato molotov contro di loro. Siamo arrivati a Dhahariya e stava nevicando”. Lui e suoi amici, nati e cresciuti a Gerico erano in maniche corte, per niente abituati al freddo. Non avevano mai visto la neve. “Tremavamo tutti, chiedevamo coperte e cibo caldo per scaldarci ma non ci hanno dato nulla”. Da lì è stato portato in diverse altre prigioni, in Cisgiordania e poi in Israele. Un anno dopo è stato liberato. Ha lavorato come militare per l’Autorià Palestinese per alcuni anni, poi è diventato tassista. “Si guadagna bene 2amdu lillah”. Siamo arrivati a Gerico, ya3tik al3afiya. Insisto per pagare, ma non vuole. “Ahlan wa sahlan”.

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