Storia di un contadino palestinese

Ha 70 anni. E’ sempre sorridente e disponibile. Ama scherzare, ed è sempre di buon umore. Abu ‘Azzam è il più noto contadino di Jayyous, quello che possiede più terre. Passiamo tre giorni con lui e la sua famiglia. Di notte, di giorno, a pranzo, cena, a raccolta….e nel mentre ascoltiamo la sua storia, quella del suo villaggio, delle sue genti.

Jayyous era un villaggio di contadini, il paniere di frutta e verdura per la Cisgiordania settentrionale. Dopo la Seconda Intifada Israele ha costruito il muro. Siamo stati separati dalle nostre terre. Ci avevano promesso che avremmo potuto accedervi ed invece è iniziato il sistema dei permessi. Si può passare al di là (che è ancora Cisgiordania) solo se si ha un permesso. Ma molti contadini qui non lo ottengono. Motivi di sicurezza, dicono gli israeliani. In realtà è un modo per portarci via le terre. Se la tua terra non viene coltivata per tre anni, Israele se la prende. Anche la vita di chi ha il permesso è difficile: il checkpoint per attraversare il muro è aperto solo tre volte al giorno per un’ora. Se arrivi tardi, non puoi più passare. Se vuoi arrivare presto di mattina, sei obbligato ad aspettare l’apertura del gate. Ogni giorno vengo sottoposto a perquisizioni e controlli. Posso portare solo il mio trattore e qualche altro attrezzo. Niente fertilizzanti né pesticidi. Dicono che si possono fare bombe. Non lo sapevamo nemmeno. Ci han dato un buon consiglio” Ride.

La mia terra è un paradiso. Ora è la stagione delle olive, delle arance, gli ultimi giorni della guava. Ho 12 tipi diversi di agrumi”. Cerca di spiegarceli tutti. “Questa verde è l’arancia francese. Questa si chiama Abu Surra perchè ha la pancia – il piccolo rigonfiamento che a volte si trova dentro alcune arance. Poi ci sono i makhali, più aspri ed amari, le clementine, i mandarini. Quest’arancia invece ha un gusto più delicato, speriamo che piova in questi giorni così raddoppiano le dimensioni. Raccolgo una-due tonnellate al giorno, che poi rivendo a circa 20 centesimi al chilo nei mercati di Nablus e Ramallah. Abbiamo una determinata quota per tutto il villaggio, gli israeliani non ci permettono di eccedere. Quindi devo diversificare la produzione altrimenti non potrei vendere tutti i miei prodotti. In più non posso permettermi di coltivare tanta frutta che richiede tanta acqua perchè Israele ha il controllo delle risorse idriche e limita la quantità che possiamo utilizzare. Senza l’aiuto degli internazionali non riuscirei a finire il lavoro. Non ci sono lavoratori sufficienti a Jayyous. Nessuno ottiene il permesso. I pochi che lo ottengono lavorano da me 8 ore al giorno, per circa 80 shekel (2 euro all’ora). Quelli che raccolgono lo za’atar prendono un po’ di più perchè il lavoro è molto più faticoso, bisogna stare inginocchiati per ore. Questa è la mia vita, questo è il mio paradiso”.

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