Involontari incontri con l’altra parte

La conversazione con dei volontari israeliani venuti a raccogliere le olive con noi su terre palestinesi tagliate fuori dal muro di separazione inizia già male. Mi squadrano dall’alto in basso, molto probabilmente perchè ho una maglietta con la scritta 1948: per i palestinesi anno della Nakba quando circa ¾ della popolazione è stata scacciata dalle forze armate dell’Haganah; per gli israeliani anno della fondazione dello stato di Israele. Chiedo subito che cosa sono venuti a fare sulle terre di Abu ‘Azzam. “Veniamo qui tutti i sabati ad aiutare i contadini. Voglio che miei figli abbiano un contatto con gli arabi” mi rispondono. Contadini arabi, non palestinesi. Interessante. “Questa è una zona intermedia, di mezzo. Io non andrei mai in Cisgiordania” continua una signora con un marcato accento tedesco. “Ma qui siamo in Cisgiordania” replico io – “solo che il muro ha tagliato fuori questo territorio annettendolo di fatto ad Israele”. Cala il silenzio, o meglio prosegue il dialogo tra loro, in ebraico, e io vengo esclusa dalla conversazione. Mi allontano, cambio albero, cerco di non ascoltare questa lingua così dura e brutta. Ma ecco che si avvicina un altro israeliano. Mi chiede da dove vengo, dove vivo, cosa faccio. “Ogni giorno Betlemme – Beit (K)hanina? E’ un tragitto lungo per la complicata situazione politica del paese” mi dice. Complicata situazione politica del paese. Questo è quello che gli israeliani vogliono far credere all’opinione pubblica internazionale. E purtroppo è questa l’idea di moltissime persone in giro per il mondo. “La situazione non è complicata. Semplicemente c’è un’occupazione in corso. Nient’altro”. Vorrei dire di più, che la complicata situazione non è altro che un chiaro progetto coloniale di colonizzazione ed occupazione della terra. Mi trattengo solo perché è venerdì e non ho voglia di parlare di politica anche durante il week-end. E poi perchè questi israeliani sono ospiti del contadino. Continua con la domande: da quanto vivo “qui”, se ho mai raccolto olive prima d’ora, quanto tempo mi fermo a Jayyous. Rispondo a monosillabi, ho voglia di essere lasciata in pace. “Io domani non ci sono perchè vado a giocare a frisbee in spiaggia con palestinesi, arabi ed israeliani” mi dice senza che gli abbia chiesto nulla. Arabi per questo signore sono i palestinesi del ’48, oggi cittadini di Israele. Giocare a frisbee assieme? Quale utilità può avere un’azione simile? Si tratta solo di un vero e proprio programma di normalizzazione dei rapporti. Un promuovere attività di dialogo tra le due parti senza che ci sia una condivisione dei principi politici. Un finto dialogo tra occupati ed occupanti. Una nuova forma di colonizzazione ed imposizione della propria agenda politica.

Mi sposto più lontana e torno a parlare con i lavoratori palestinesi.

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