Elezioni americane, il giorno dopo

Campo profughi di Shu’fat – Gerusalemme

Sono in giro con Abed, un signore nato e cresciuto a Shu’fat. Strade sporche e strette, case vecchie e decadenti. Una bambina cammina scalza per terra, la sorella più grande la rincorre e la prende in braccio. “Questa è la nostra vita nel campo, non abbiamo lo spazio vitale per vivere, siamo chiusi qui dentro come in una prigione” mi racconta Abed. “Ho vissuto la mia infanzia in una stanza 3.5 X 2.8. Eravamo in sei lì dentro”.

Entriamo in un piccolo ristorantino che vende hummus e falafel. “Assalam ‘aleykum”. Wa ‘aleykum Assalam wa rahmatu Allahwa barakat”. Abed prende due falafel direttamente dalla friggitrice. Uno se lo mangia, l’altro me lo offre. Due secondi dopo siamo già fuori.

Ed ecco che incontriamo “il matto del villaggio”. Parla da solo, visibilmente turbato.

“Barack o Romney? Che differenza c’è? Facce diverse ma la politica estera è la stessa. Cos’è cambiato per noi palestinesi negli ultimi quattro anni? Guarda come siamo costretti a vivere!”. Saluta Abed e si allontana.

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