Al checkpoint 2

h 7.30 – Checkpoint di Betlemme

Iftah Iftah (Apri, apri). Il tornello è chiuso, non vuole girare. Il soldato al di là del vetro ci guarda, come si guardano delle bestie feroci in uno zoo. E’ spaparanzato su una sedia, i piedi appoggiati su uno sgabello, fa finta di parlare al telefono. Dietro al tornello – l’unico dei tre “aperto” – ci sono centinaia di lavoratori palestinesi che ogni giorno son costretti ad attendere ore al posto di blocco per recarsi al proprio posto di lavoro. Una vitaccia. Eppure sono i più “fortunati”, perchè hanno un permesso per entrare in Israele.

Ya Khayyal, Ya Khayyal (espressione con cui i palestinesi chiamano i soldati israeliani). La gente inizia a urlare, la lunga ed ordinata fila di persone inizia a scomporsi. Io sono lì in mezzo alla folla. Mi fanno passare avanti. Rifiuto. Biddash (non vuole). Anch’io vado al lavoro, come loro. Nessuna differenza. Ce ne sono già troppe. Per esempio io, col mio passaporto, non ho bisogno del controllo dell’impronta digitale per passare al di là del checkpoint. Per esempio io non sono obbligata ad attraversare quel checkpoint per andare a Gerusalemme. Ne posso passare altri. Loro no.

Da più di venti minuti il tornello gira troppo lento. Come un contagocce. Click Clack, click clack. Luce verde. Aperto. Passa un persona. Luce rossa. Chiuso. Lunga attesa. “Se continua così alle 10 siamo ancora qui”. Poi improvvisamente la folla si accalca, tutti iniziano a spingere, tutti si ammassano contro il tornello. “Attenzione c’è una ragazza”. Passo al di là, schiacciata da una moltitudine di uomini. Mi tolgo la giacca e la borsa, per il controllo del metal detector. Mi viene da piangere, per la crudeltà dei soldati, per la quotidiana frustrante umiliazione che i palestinesi son costretti a subire. Messi dentro una gabbia e lasciati attendere. Un modo troppo semplice per farli scannare tra loro, per farli assomigliare a delle bestie.

H 8:15 – Attraverso il checkpoint e salgo in bus. I lavoratori tornano felici e spensierati. Ridono e scherzano, pronti per affrontare una nuova giornata di lavoro.

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3 risposte a “Al checkpoint 2

  1. “Messi dentro una gabbia e lasciati attendere. Un modo troppo semplice per farli scannare tra loro, per farli assomigliare a delle bestie.” Mi ricorda atteggiamenti di carnefici di un certo passato. La belva umana persiste, cambia solo divisa.

  2. Dalla rabbia all’allegria… ci si adatta a tutto per sopravvivere, perchè è questa la fortuna per i Palestinesi: non incappare in una pallottola o in un arresto.

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