Al checkpoint 3

checkpoint Betlemme donne

(Foto di Andrea e Magda) Arrivo al checkpoint di Betlemme. Sono già in ritardo. Davanti a me c’è un gruppo di donne. Penso che devo sorpassarle prima che passino il metal detector. Di solite le donne sono più lente degli uomini,si tolgono le scarpe, la borsa, fanno tutto con più calma. E io in più oggi ho fretta. Però non riesco a raggiungerle ed ecco che passano il tornello prima di me. Click. Rosso. Il tornello si chiude. Aspetto. Intanto le donne mettono la borsa e la giacca in un contenitore di plastica ed attraversano il metal detector. Beee beee bee. Suona. Una giovane ragazza viene fatta tornare indietro. Si toglie la scarpe. Ripassa. Beee beee beee. IrjaKh ila alwaRa (torna indietro), le intima una soldatessa israeliana. La ragazza torna indietro. “Shu lazem Usawwi?” (Cosa devo fare?), chiede alla madre. “Al-Ishatt, ishla7i al-ishatt” (la cintura, togliti la cintura), le dicono i lavoratori in coda dietro di me. Guardo l’ora. Manca poco più di mezz’ora all’appuntamento e sono ancora bloccata. La ragazza ha una cintura che non si può staccare dal vestito. Nonostante questo i lavoratori ormai nervosi ed impazienti le dicono di togliere la cintura in qualche modo, magari rompendo l’anello che la lega al vestito. “Non si può, non si può” urla la ragazza sempre più isterica e quasi in lacrime. “E’ la prima volta che attraversiamo il checkpoint, abbiamo un appuntamento al consolato per il visto. Ora arriveremo in ritardo”. Intanto la situazione si fa sempre più tesa, il soldato dietro lo sportello di vetro si fa sempre più nervoso. Inizia ad urlare in ebraico, la ragazza ci guarda, ha gli occhi lucidi, non capisce cosa le dicono, non capisce cosa deve fare. La cintura non si stacca, il vestito non se lo può togliere, il metal detector continuerà a suonare. “Perquisitela, perquisitela” urla in ebraico un lavoratore ai soldati sempre più agitati. E poi si rivolge ai suoi amici. “E’ sempre così. Una persona non può nemmeno mettersi il vestito che vuole, guardate il risultato, guardate l’umiliazione”. Ed una donna in coda dietro di lui. “Un volta son stata un’ora perchè avevo degli spilli per capelli sotto il velo, e i soldati non volevano farmi passare”. E la stessa cosa vale per anelli ed orecchini, se non sono d’oro o d’argento. “Non hanno paura, non hanno paura, sanno che la ragazza non ha nulla” interviene un altro lavoratore – “Se davvero avessero anche solo un minimo sospetto, avrebbero già evacuato l’area. Vogliono solo umiliarci, farci attendere. E’ una crudele strategia che funziona”. La ragazza ci guarda, piange. Intimidita dai mille sguardi puntati su di lei, inconsapevole protagonista di una tragica opera teatrale. Umiliata dai maltrattamenti psicologici dei soldati, colpevole di avere una cintura che non si può slacciare. “Perquisitela, perquisitela” continua ad urlare il lavoratore nella speranza di essere sentito dai soldati. “Su le mani, su le mani” urlano in ebraico i soldati. “Cosa mi dice? Che devo fare? Questo ha un’arma puntata contro di me” dice con tono isterico la ragazza. “Tieni le mani in alto e passa il metal detector” le dice in arabo il lavoratore. Con le mani in alto, visibilmente sconvolta e scioccata, la giovane ragazza si dirige piano piano verso i soldati che al di là del metal detector la attendono per una perquisizione corporale.

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