Ritratti di siriani: rifugiati per due volte

Zarqa

Fatima* ha un viso dolce e tenero. E’ una ragazza siriana di soli 20 anni, scappata dalla guerra tre mesi fa. La incontriamo nei corridoi dell’ufficio della Caritas nella città di Zarqa. Ci sorride, curiosa, e ci porta a conoscere la sua famiglia. Vive in una casa anonima nella parte nuova della città con i fratelli, il cugino e i genitori. Otto persone in un’abitazione nuda e spoglia. Unico elemento di arredamento nel grande e vuoto salotto è la televisione, sempre accesa. Ma ora a scandire il tempo non sono più le infinite telenovelas siriane ma i canali d’informazione come Al-Jazeera e Al-‘Arabiya. Ci sediamo in salotto, su dei materassi adagiati a terra ed ascoltiamo la loro storia. Inizia così, il mio riavvicinamento, anche mentale e psicologico, con la Siria che due anni fa avevo salutato con la certezza di tornare.

“Mio nonno è originario del Golan, poi durante la guerra del 1967 è scappato a Damasco. Io e i miei fratelli siamo nati e cresciuti lì, nella capitale siriana. Tutti studiavamo, io frequentavo il primo anno di università, letteratura araba. Da 17 giorni eravamo andati a vivere in una casa nuova, bella, grande, di quattro piani. Era il primo giorno di Ramadan. Sapevano che mio padre era contro il regime. Siamo dovuti scappare. Abbiamo trovato rifugio alla periferia di Damasco, a Saida Zeinab, e poi da mia zia. Ma non eravamo al sicuro. Siamo tornati a vedere la nostra casa, ed abbiamo trovato solo macerie. Prima hanno rubato tutto e poi l’hanno bombardata. Abbiamo deciso di andarcene, di venire qui in Giordania. L’esercito libero ci ha fatto passare e la polizia giordana ci ha portato nel campo profughi di Za’atari. Una prigione, un luogo terribile, vivevamo in tende, senza possibilità di uscire dal campo, di cercare lavoro. Siamo andati via da lì grazie ad una zia giordana che ci ha fatto da garante. Abbiamo vissuto due settimane a Mafraq (piccola città nel nord della Giordania) e poi ci siamo trasferiti qui, a Zarqa. Ci sarebbe piaciuto vivere ad ‘Amman ma è troppo cara. Ora viviamo in questo appartamento, nell’edificio abitano altre famiglie di rifugiati. L’affitto ce lo paga il Centro Islamico, riceviamo qualche aiuto da varie associazioni. All’inizio ero spaesata, persa, sconvolta, distrutta. Non avevamo nulla, non sapevo niente, non capivo. Ci stiamo adattando pian piano, ma è difficile. I miei fratelli son tornati a studiare, ma uno ha perso un anno e ora è in classe con ragazzi più piccoli. Io non ho continuato l’università, ora faccio la volontaria alla Caritas e questo lavoro mi sta cambiando la vita. Quando tornerò in Siria continuerò con loro.

Per ora siamo costretti a stare qui, non possiamo tornare in Siria , mio padre è ricercato, sarebbe pericoloso. Prima della rivoluzione io non mi interessavo di politica. La situazione a Damasco è rimasta tranquilla per tutto il 2011, c’era solo manifestazione, nulla più Ppoi anche lì è cominciata la repressione. Ho visto con i miei occhi il sangue, i carri armati. Impossibile non prendere posizione.

Qui la vita non è facile, spesso i giordani cercano di approfittarsene, sui prezzi delle merci, della manodopera. In più per le donne c’è molta meno libertà, spesso uomini e donne giordani mi criticano perchè indosso i jeans e non la tipica veste araba.

Quello che si trova peggio è mio fratello. Studia con ragazzi più piccoli di lui, non ha amici, vuole tornare in Siria. L’altro giorno mi ha detto “Voglio tornare in Siria e diventare martire lì”.

*pseudonimo

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