Ritratti di siriani: una storia di tortura e violenza

Siria, case distrutte dalla guerra

Lo incontriamo per strada, mentre cammina cercando la sua casa. Ed anche noi la stiamo cercando. Ma non ci è molto utile. “Ad Ibrahim* hanno spezzato un pezzo di cranio mentre era in prigione in Siria. Non è più tornato come prima” ci racconta la nostra amica giordana palestinese Ghadir. La casa è proprio in cima al monte Tareq – che ridendo chiamiamo Gibilterra – uno dei quartieri della città di Zarqa. Scendiamo dall’auto, ci togliamo le scarpe ed entriamo in casa. “As-salam 3aleykum”. Stringo la mano ad alcune donne, ci sediamo in salotto. Una stufa, una televisione su un mobiletto, un tappeto peloso di un marrone abbagliante, delle tende blu, come il vestito di una donna. Sorseggiamo una tazza calda di zuhurat shamia, una tipica infusione che bevevo sempre a Damasco. Dopo quasi dieci tè ci vuole qualcosa di diverso.

Tutta la famiglia è riunita in salotto, ci sono almeno quattro donne, cinque, sei bambini che entrano ed escono, ed Ibrahim che è riuscito a ritrovare la casa. E’ lui che inizia a parlare e poi come in una corale, si alternano le voci delle donne.

“La vedete questa? E’ una cicatrice, mi han spaccato il cranio mentre ero in prigione. Mi hanno incarcerato per 28 giorni e ho subito le peggiori torture. E qual è la mia colpa? Solo di avere partecipato a delle manifestazioni contro il regime”

“Non dormiamo da giorni, non riusciamo più a dormire, a riposare. Questa è stata solo l’ultima di una serie di notti insonni. Siamo sconvolti da quello che abbiamo visto in Siria, non dormiremo mai sonni tranquilli”.

“Ci han distrutto la casa, la famiglia, la vita. Hanno commesso i crimini più terribili. Ma sono uomini o sono delle bestie? E’ Islam tutto questo? Bombardavano dall’alto, aerei da guerra sganciavano in continuazione bombe sulle nostre teste. Poi, quei codardi, entravano nelle case, coi fucili puntati e sparavano. All’impazzata. Uccidevano. Senza pietà, senza umanità. Uomini, donne, bambini. Prendevano le donne, vergini, e le violentavano davanti agli occhi dei loro padri, dei loro mariti, dei loro fratelli. I bambini li sbattevano contro il muro col fucile puntato alla nuca. Chiedevano dei loro padri, dei familiari che avevano partecipato alla rivoluzione”.

“Non riesco a togliermi dalla testa il rumore degli aerei da guerra. Sempre, in continuazione. Come un incubo che non ha fine. Mio marito è stato ucciso, sono scappata qui con i miei 6 figli, e le loro famiglie. Guardate questo bambino qui. Ha due anni, ed è figlio di un martire. Suo padre, il marito di mia figlia, è stato ucciso durante i bombardamenti. Come glielo spiego io che non potrà mai più rivedere suo padre?”

“All’inizio non era così. Si viveva bene in Siria, tutti assieme, sciiti e sunniti, senza problemi. Poi il regime ha iniziato a porre sempre più pressioni sulle gente. Bisognava dare soldi allo stato per qualsiasi cosa. Se avevi un negozio ogni giorno passavano gli uomini della sicurezza a chiedere soldi. Per cosa? Per lo stato. E la cosa diventava sempre più pressante. E se non pagavi ti minacciavano. Davamo soldi allo stato per tutto. Mancava poco che ci mettessero un tassametro in bocca che contava la quantità d’aria che respiravamo. Così la situazione è scoppiata. All’inizio le manifestazioni erano pacifiche, non volevamo usare la violenza. Ma hanno iniziato a spararci contro, ad ucciderci. E lo sdegno è salito sempre più. Questo è il risultato”.

“Hanno distrutto un popolo, un’intera generazione. Sono stati uccise migliaia di persone, resi orfani migliaia di bambini, vedove non so nemmeno quante donne. La Siria non sarà più come l’abbiamo conosciuta. Quello ormai fa parte del passato. E il nostro trauma non guarirà mai”.

“Ora percepiamo ogni singolo rumore, ogni singolo movimento. Se sbatte una porta o se si chiude una saracinesca, ci spaventiamo. Il ricordo torna subito ai giorni terribili passati in Siria”.

“Ora siamo un popolo di malati. Abbiamo sacchi e sacchi di medicine. Di tutti i tipi, per tutti. Ansiolitici, medicinali contro l’epilessia, calmanti”.

“Io assumo più medicine che cibo. Ogni ora devo prendere una pastiglia diversa”.

“Che ne sarà del popolo siriano? Che ne sarà dei nostri figli? Quando dovremo stare qui ancora? Che Siria troveremo al nostro ritorno?”.

Ho gli occhi lucidi, le mani che tremano lievemente. La guerra, che fino a quel momento avevo vissuto solo attraverso i siti di informazione, diventa vera, reale. La Siria che ho conosciuto nel 2010 non esiste e non esisterà mai più.

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