Incontri coi siriani: il fratello del combattente

Il campo profughi di Zaatari in Giordania

Inizia la nostra avventura dentro il campo. Camminiamo per la strada principale, asfaltata, mentre alla nostra destra e alla nostra sinistra giovani ed anziani vendono la merce delle loro piccole bancarelle. Osservo, senza parlare, stupita dalla vastità dell’accampamento e dall’energia che regna nel campo. Sfiliamo veloci tra la distesa infinita di tende e dagli occhi curiosi dei siriani, e veniamo accolti da Abu Mohammad nel suo caravan.

Sono arrivato in Giordania l’8 luglio 2012, illegalmente. Sono stato subito portato qui, nel campo di Za’atari, che non esisteva ancora. All’inizio c’erano solo 800 persone, tutto andava bene, avevamo pasti caldi già pronti tutti i giorni e ci davano persino i succhi di frutta. L’unico grande problema è che di giorno non potevamo stare nelle tende perchè all’interno l’aria era irrespirabile. Poi il numero di profughi ha iniziato a salire ed hanno iniziato a preparare con tende e servizi un’altra zona del campo. A settembre hanno iniziato a distribuire i caravan, ne danno circa 4 – 5 al giorno, non di più. Io mi sono trasferito qui il 24 dicembre. Mi hanno dato due caravan, per me, mia moglie e i miei sei figli. Per l’Islam figli e figlie non possono dormire assieme dopo una certa età.

Il cibo ha cominciato a diminuire, ora ci danno solo olio, riso – che fa schifo -, burgul – che è molto buono – e lenticchie, pane e alcune scatolette di tonno ogni quindici giorni. Ma il cibo non basta mai, soprattutto il pane. C’è un mercato dentro il campo. Chi ha soldi compra da lì. Ma i prezzi sono cari perché sono i lavoratori siriani che comprano la merce da un padrone giordano. Qui siamo come in una prigione, non possiamo uscire, siamo bloccati qua dentro. Si può uscire solo se si ha un garante giordano, ma per chi non ha parenti ed amici qui, è difficile. E’ costoso. Circa 300 dinari. Chi li trova tutti questi soldi?

La vita nel campo mi piace, tutta la mia famiglia è qui, siamo venuti qui gradualmente ed ora finalmente siamo tutti uniti. Ora le mie due figlie vanno a scuola, gli altri sono a casa, senza poter far nulla. Molte persone anche del mio villaggio sono rimaste in Siria perchè non sono ricercate, i miei fratelli invece sono ricercati perchè hanno partecipato a manifestazioni contro il regime e sparato contro carri armati. Per questo siamo scappati. Se prendono mio fratello, lo uccidono. Mio figlio ha 16 anni, l’hanno messo con le spalle al muro, cercavano lo zio, volevano che parlasse. Per fortuna alla fine l’hanno liberato. Ma hanno commesso i peggiori crimini: hanno stuprato donne, vergini, davanti agli occhi dei fratelli, donne sposate davanti agli occhi dei mariti.

Prima della rivoluzione ho lavorato per i servizi segreti aerei per 24 anni. Poi 4 anni fa sono andato in pensione, per malattia. Ho il diabete. Ho aperto un negozio di ferramenta. Non avevamo problemi economici prima della guerra, avevo una casa, un negozio. Ma lo stato chiedeva sempre soldi. Per tutto. Se volevi aprire un negozio dovevi pagare. Se volevi sposarti, dovevi pagare. Mancava poco che chiedessero dei soldi se volevi dormire con tua moglie. E se non pagavi, ti tormentavano, ti chiudevano il negozio, ti minacciavano. Poi tutto ha avuto inizio. Ho preso parte alle manifestazioni pacifiche ma poi ho smesso. Hanno iniziato a sparaci addosso, ad ucciderci. Avevo lavorato nella sicurezza e sapevo cosa mi avrebbe aspettato se avessi continuato a protestare. Ho continuato a lavorare fino a luglio 2011. Poi son cominciati i problemi. Mi minacciavano, si facevano trovare davanti al negozio. La gente della sicurezza mi seguiva e alla fine mi ha chiuso il negozio. Poi hanno iniziato a bombardare il mio quartiere. I miei vicini sono stati uccisi. Poi è venuto il turno dei miei parenti. Siamo dovuti scappare tutti. Che altre opzioni avevo? La cosa che più temevo era che la sicurezza venisse a casa nostra e stuprasse donne e bambini davanti a noi, ai padri, ai fratelli, ai mariti.

Siamo scappati verso Dar’a e da lì abbiamo camminato per 6 ore di notte, al buio, con anziani e bambini. Eravamo in tanti, a volte trecento persone, altre volte mille. Siamo passati al di là del confine grazie all’Esercito Libero. All’inizio l’accoglienza giordana è stata davvero buona, ma poi il numero di profughi nel campo è aumentato. Noi ci facciamo forza e continuiamo a vivere. In questi sei mesi due dei miei figli si sono sposati qui, con le vicine di tenda. Ora hanno un caravan per conto loro. Hanno fatto un matrimonio molto piccolo, non c’era nulla da festeggiare”.

 

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