Primo giorno – pensieri all’arrivo

  E’ bastato poco.

L’ayran servito per cena mi ha fatto capire che stavo davvero partendo ed ancora una volta verso il Medio Oriente. Il soft power dello stato turco si riflette anche sul servizio a bordo della Turkish Airline. Musica e lokum di benvenuto, sedili comodi e confortevoli, schermi individuali per guardare film, svagarsi ed ascoltare musica, turca ovviamente. Ed un pasto a base di carne davvero buono.

E’ bastato salire sull’aereo per trasformare l’ansia pre-partenza in energia, per relativizzare le grandi preoccupazioni che mi assillavano fino al momento dell’imbarco. Certo la paura non è evaporata ma si è trasformata in qualcosa di più strutturato e meno irrazionale.

E’ ora di mettersi al lavoro!

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 Beirut, Tel Aviv, Cairo, Tunisi. Ed ora anche Istanbul.

Di notti in aeroporto, soprattutto negli ultimi tempi, ne ho fatte un bel po’. Tra il freddo polare libanese, le sedie anti-sonno israeliane, i vicini russatori in Egitto e i tassisti mattineri tunisini devo dire che forse la Turchia è riuscita a conquistarsi il primo posto. Sedie comode, temperatura né glaciale né tropicale, vicini non troppo rumorosi. Solo il gate un po’ affollato, gente che si siede e si alza a tutte le ore ed annunci continui sui voli in partenza. Ma nonostante tutto, mi distendo coi miei vestiti larghi che potrebbero benissimo essere un pigiama, uso la mia inseparabile sciarpa come lenzuolo e la mia gonna rossa come federa e mi addormento tranquilla.

 Oggi sono un po’ rimbecillita, ma tra il lungo viaggio, il caldo afoso e i ritmi frenetici degli ultimi giorni, penso che sia il minimo della pena.

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  Scendere dall’aereo a piedi è una delle emozioni più belle.

Respirare. Sentire la consistenza dell’aria. Annusarne l’odore.

Aria calda, pesante, ma non troppo umida. Inconfondibile aria d’oriente.

Sorrido. Eccomi arrivata a destinazione.

2300 chilometri di aereo. 1430 fino ad Istanbul e poi altri 875 (e sottolineo 875, per chi non si fosse accorto dell’estensione della Turchia) fino ad Antakya.

Solo 89 chilometri mi separano da Aleppo. Circa 45 dal confine siriano. Non posso non essere emozionata.

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 Sehir merkezi. Centro città.

Son costretta ad imparare qualche parola di turco perchè qui nessuno capisce niente. Nè arabo né inglese. Solo la mia vicina di aereo, una hostess della Turkish Airline in riposo, mi sorprende col suo italiano. Lo ha studiato per quasi due anni a Smirne e ha vissuto un mese a Firenze.

Prendiamo assieme il bus per Antakya ed inizia a parlarmi della sua vita. E’ anche per lei la prima volta ad Antakya, c’è il matrimonio di suo cugino. Arriva a destinazione, ci salutiamo.

 Una volta in centro non so bene dove andare. Mi è stata consigliata una guesthouse legata alla chiesa cattolica, nulla più. Non so bene dove sia, né se ci sia posto. Domando ma senza troppi risultati. Chi parla solo turco non mi capisce. Chi parla arabo – i siriani rifugiati – non conosce bene la città. Alla fine la parola “Catholic” fa scattare qualcosa nella testa di due poliziotti. Tra stradine e viuzze, mentre continuano a parlarmi in turco ed io continuo a sorridere dicendo “No turkish”, arriviamo alla chiesa. Suono. Mi apre un frate cappuccino. Italiano, di Roma, che stava preparando il ragù. Ovviamente mi dice che ho sbagliato posto, che anche lui affitta delle stanze ma che la guesthouse che cerco non è lì. Altre stradine e mi porta da Barbara, una suora (laica?) tedesca che vive ad Antakya da 37 anni e che gestisce una guesthouse per pellegrini, negli ultimi tempi adibita ad alloggio per giornalisti ed operatori umanitari. Un luogo tranquillo, rilassante, tante stanze accoglienti e pulite affacciate su una meravigliosa corte interna protetta da profumati alberi di gelsomino. Per un attimo la mia mente mi trasporta nella mia casa di Damasco, incastonata nella città vecchia, tra alberi di limoni e viti.

Sistemo in stanza miei pochi averi e esco, perdendomi tra le viuzze di Antakya

Vista dalla mia casa – Antakya

vista dalla mia casa di Antakya

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