La Siria che non c’è più

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“La carne in Siria era molto più buona. Sei mai stata a Meidan a mangiare lo shawarma?”

Parliamo di Siria, di ricordi, di immagini ormai idealizzate stampate nella nostra mente. Parliamo di un Siria che non esiste e non esisterà più, ci rifugiamo nel passato per trovare una consolazione alla situazione presente. Mohammad* è scappato dalla Siria più di un anno e mezzo fa. Da quel momento non ha più potuto tornare. Non ha più potuto rivedere la sua famiglia. Certo, quando se n’è andato non lo sapeva. Pensava di allontanarsi soltanto per qualche mese e poi fare ritorno. Invece la situazione non ha fatto altro che peggiorare, il conflitto è dilagato in ogni angolo del paese e presto è diventato palese a tutti che il ritorno non sarebbe più stato possibile. Che la vita in Siria non sarebbe più potuta tornare alla normalità. Che i giovani, se non volevano prendere le armi, dovevano cercare fortuna altrove. E così ha fatto Mohammad, lasciando un padre malato, una madre anziana, due fratelli con famiglia. Un anno negli Emirati e poi qui in Turchia a cercare di portare aiuto ai suoi fratelli siriani bloccati all’interno di un confine che per molti è diventato una prigione. Sono tanti i giovani come lui, soprattutto dal nord della Siria. Giovani laureati, di buona volontà che non se la sentono o non hanno i mezzi per andare in Europa. Giovani che trovano lavoro in organizzazioni umanitarie e rischiano la vita ogni giorno per portare aiuto in qualche modo ai siriani più sfortunati di loro che lottano ogni giorno per un pezzo di pane.

Son tante le storie che mi racconta, storie che per il momento voglio tenere per me, perchè non sento ancora di avere il diritto di poter condividere. Storie di fame, miseria, disperazione, ma anche di lotte intestine per il controllo di un’area, di un pezzo di terra, di un campo profughi. E’ la guerra che imbruttisce, imbestialisce, toglie ogni briciola di umanità dal volto e dal cuore delle persone.

E allora il nostro rifugiarsi nei ricordi diventa una fuga, un modo per trovare sollievo, per continuare a sperare, a credere nell’uomo e nella sua energia. Diventa un modo per conoscerci, avvicinarci, raccontarci le nostre vite, fumando il narghilè davanti ad un tè zuccherato bollente.

 Tutto diventa un pretesto per parlare di Siria. “Ti ricordi in Siria? Il caffè An-Nofura?”.

*pseudonimo

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