Conversazioni al parco

Basta davvero poco. Basta fermare per strada un ragazzino che parla arabo e il parco si trasforma. Le persone che fino ad un minuto prima mi erano estranee e sconosciute assumono un’identità, un volto, una storia. D’improvviso il parco si rivela un luogo di incontro dei rifugiati siriani. Uomini, donne e bambini che avevo scambiato per turchi. C’è Ahmed, giovane studente di letteratura francese che da un anno ha dovuto lasciare la Siria ed abbandonare gli studi. C’è Soleiman, un ventenne di Damasco che ha tanta rabbia da scaricare per i sogni infranti e la dura realtà che sta vivendo; ci sono Fatima e Nasser, una madre ed un padre di Aleppo, di ceto medio-alto, ora costretti a vendere sigarette ai lati della strada. E come loro tanti altri.

Antakya centro cittàGli occhi di Ahmed brillano quando ci sente parlare francese, cerca di ricordarsi qualcosa ma ormai il turco ha preso il sopravvento e a parte merci e bonjour non riesce a dire molto altro. Ahmed è arrivato in Turchia da solo un anno fa, ha studiato per due mesi turco ad Istanbul ed ora lavora ad Antakya in una fabbrica di acciaio. “Mi pagano 20 lire turche (l’equivalente di 8 euro), mentre i miei colleghi turchi ne prendono 50. Ma non ho altra scelta, devo pur sopravvivere ed inviare quei pochi risparmi che mi restano alla mia famiglia”. In questi giorni Ahmed è tornato in Siria per festeggiare con tutta la famiglia la festa di fine Ramadan. Quando torna andrà ad Istanbul dove ha appena trovato lavoro in un albergo. Ci saluta stringendoci la mano. Au revoir.

Soleiman ha dovuto lasciare Damasco perchè si è rifiutato di servire nell’esercito. Immediatamente è diventato ricercato. Non ha avuto altra scelta. Abitava ad Al-Bahta, Suq Sarruja per gli internazionali come me che han vissuto tanto tempo a Damasco e che erano abituali clienti dei piccoli caffè tradizionali che si affacciavano su una piccola piazzetta centrale. Soprattutto durante il periodo di Ramadan Suq Sarruja era una tappa obbligata per seguire gli episodi della telenovela siriana Bab Al-Hara assieme a decine di amici siriani. Soleiman è partito, lasciando la famiglia e gli amici ancora vivi. Ora non può più far ritorno a casa, Damasco è sotto il controllo del regime e lui è ricercato. Ha provato ad andare in Bulgaria, “bastava entrare, la Bulgaria è la porta dell’Europa. Ho fatto un viaggio di dieci ore, eravamo in venti, faceva freddo, non avevamo cibo, acqua, vestiti. Abbiamo attraversato un fiume, eravamo vicini alla frontiera. Un nostro amico, un ragazzino di 14 anni è morto congelato. Noi siamo arrivati al confine ma la polizia ci ha respinto. Son tornato qui, che altra scelta avevo?”. Ora Soleiman vive ad Antakya, senza nessuna speranza di poter ripartire. Per il periodo del Ramadan ha trovato lavoro in un caffè nel parco, poi dovrà trovare qualcosa da un’altra parte.

Fatima è bella, elegante, siede ai lati della strada, dietro al suo piccolo banchetto di sigarette. Al suo fianco Nasser, con la sua camicietta rossa a quadri, un sorriso che riflette la bontà della sua anima. Non serve molto a capire che ad Aleppo stavano bene, erano abituati ad un certo tipo di vita, quello della classe media aleppina. Lo si vede dal modo di vestire, di rapportarsi con gli altri. Poi è arrivata la guerra. In pochi giorni han dovuto lasciare la città, tutti i loro averi, la casa, le terre agricole, gli investimenti, i sogni e le speranze di una vita intera. Son scappati con i loro due figli piccoli, di 6 ed 8 anni. Scappati dalla Siria perchè il rumore delle bombe non li faceva più dormire. Perchè la loro vita era in pericolo, perchè avevano già perso molti amici. Ad Antakya hanno dovuto ripartire da zero, con i pochi soldi messi da parte. Ora Nasser vende sigarette al mercato e poi quando finisce raggiunge la moglie al parco. Durante il Ramadan lavorano fino alle 2 di notte, mentre i loro figli giocano con gli amici e poi si riposano vicino a loro sull’erba. Eppure nella loro modestia ed umiltà, Nasser e Fatima, sempre allegri, sinceri e vitali, sono riusciti a mantenere la dignità di padre e madre, la dignità di siriani, la dignità umana che nemmeno la guerra è riuscita a strappare loro.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...