I sogni di un giovane combattente

A Free Syrian Army soldier stands in front of a burnt car on a main street in Azaz

Un combattente dell’esercito libero (fonte: Umit Bektas, Reuters)

Stasera il cielo è più bello del solito. Dalla terrazza del ristorante “Asia” dominiamo la città vecchia di Antakya. Ci sediamo sfiniti dopo una giornata di duro lavoro sorseggiando una birra . Vicino a noi siede Mohammad, 24 anni, alto, magro, capelli ondulati e viso sorridente. Mohammad domani parte per la Siria, va a combattere sui monti vicino a Lattakya dove in questi giorni ci sono gli scontri più duri tra l’esercito libero e il regime. Lo guardo mentre fuma tranquillo una sigaretta, mentre ride e scherza coi suoi amici. La storia di Mohammad potrebbe essere la storia di un giovane qualsiasi, italiano, francese, americano. Un giovane che appena sono scoppiate le proteste è stato obbligato a servire nell’esercito, a sparare, a disperdere le manifestazioni. Un giovane che di fronte alla brutalità della repressione ha deciso di andarsene. E che per questo è stato imprigionato. Un anno di torture, maltrattamenti ed abusi di tutti i tipi. Un anno in una cella con altre 50 persone, senza poter parlare né vedere a luce del sole. Una volta libero non ha avuto altra scelta se non quella di unirsi all’esercito libero. Ora Mohammad combatte e quando sente il bisogno di riposarsi viene ad Antakya dove divide una stanza con alcuni amici. Eppure nonostante le apparenza Mohammad è un ragazzo semplice ed ingenuo, sogna di sposarsi, di avere dei figli, di tornare nella sua città e di portarci a fare un bagno nel suo mare, a Lattakya. Fare la guerra non gli piace, non c’è sentimento peggiore che indossare un’arma e sparare. Gli piacerebbe lavorare in qualche associazione che porta aiuti ai rifugiati e agli sfollati siriani ma non ha le capacità, non parla altre lingue, non pensa di poter essere utile. Per questo combatte, per il suo popolo, per la libertà, contro l’oppressione del regime. Perchè i suoi sogni e quelli del suo popolo si realizzino il più presto possibile. Abbandonare le armi e tornare a casa.

Lo continuo a guardare mentre fuma sorridente. Oggi è qui su una terrazza di Antakya a chiacchierare con degli amici. Domani sarà al fronte, con un fucile in mano, nascosto tra monti a nord di Lattakya. Potrebbe essere l’ultima volta che vede la Turchia, che parla coi suoi amici. E di questo ne è ben consapevole e non ha paura. “Chissà, magari quando è pronto il film, io sarò già morto” ci dice ridendo.

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