Richiamo

Le montagne risplendono all’orizzonte, sono lì, sembra di toccarle con un dito. Circondano Venezia da ogni lato, si vedono le Prealpi e poi subito dietro, più alte, le Alpi. Mi viene voglia di correre, di scrivere, di piangere. Di camminare sui monti, di sedermi in mezzo alla natura e stare lì a pensare, da sola. A pensare a quello che ho visto e sentito in Turchia, ai racconti dei miei amici, alle storie ascoltate da giovani donne, madri, ragazzini ed anziani. La prigionia, la guerra, la fuga, i sogni che sperano di veder realizzati, la loro Siria, la Siria che ho conosciuto io e che non tornerà mai più.

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(Foto di Marino Bastianello)

Ripenso ai loro sorrisi, ai loro sguardi, alle loro case spoglie e buie, troppo piccole per ospitare tutti i membri della famiglia. Ripenso a Yasmin, a Quteiba, a Kawa, a Mohammad che oggi mi ha chiamato dalla Siria, a Fatima e Nasser che saranno al parco a vendere sigarette. Ripenso a loro mentre io me ne sono andata, ho mostrato il mio passaporto marrone, passpartout per ogni dove, mi sono imbarcata in un aereo moderno e confortevole e in quattro ore son tornata a Venezia. In cerca di lavoro, tentando di costruirmi una vita qui dato che a luglio ho deciso di provare a costruire qualcosa nella mia città natale, dove sono nata, dove non ho mai provato davvero a vivere.

 Ma in momenti come questi, col sole che tinge la città di rosso e svela lo splendore di questa Venezia di cui faccio fatica a coglierne la bellezza, con i monti che, come una calamita, mi chiamano verso di loro, sento che vorrei essere altrove, sento che non è giusto che io sia qui in questa piccola città lagunare dove il tempo ferma ed attutisce gli eventi. Improvvisamente mi sento sola, nessuno potrà mai capire quel che ho vissuto lì, i mille volti che ho incontrato, le storie che ho ascoltato. I miei amici – quei pochi che mi han chiesto qualcosa del mio viaggio– non hanno conosciuto Mohammad, non hanno visto lo sguardo di Abu Raman mentre mi parlava della sua città natale, non hanno sentito il pianto di Fatima mentre mi raccontava dei suoi amici di scuola ad Hama.

 In momento come questi è facile mettere in dubbio le scelte prese solo un mese fa. Il desiderio di fuggire via lontano è forte. Ma quest’anno ho deciso di provare a stare qui. Di cercare di condividere quello che ho vissuto in questi anni. Di cercare il Mohammad che è venuto in Italia ed ha bisogno di aiuto qui. Di provare, nel mio piccolo, a fare qualcosa per questo paese che ha tanto bisogno di aiuto. Di far conoscere agli amici veneziani l’Anna pazzerella, nomade e vagabonda che per almeno un anno ha deciso di fare un’esperienza nella sua città. Esperienza che non è detto che sia meno entusiasmate e sconvolgente di quelle fatte in giro per il mondo.

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