Yarmuk, tre anni dopo

Chissà che fine avranno fatto Adham, Rami, Ahmed, tutti quei miei amici palestinesi che avevo conosciuto nel campo profughi di Yarmuk. Chissà se sono ancora lì, isolati da tutto e tutti e se son scappati verso altri paesi arabi. O se invece han deciso di intraprendere quel viaggio impossibile verso l’Europa. Ovunque siano, certo han subito dei traumi che mai potranno dimenticare.

Bombardamenti al campo profughi di Yarmuk

Mi ricordo di Adham, che vendeva kefieh davanti alla moschea degli Omayyadi. Vent’anni o poco più, viso dolce, modi gentili e tanta voglia di comunicare. E’ bastato prendere un pulmino dalla città vecchia di Damasco per raggiungere il famoso campo profughi di Yarmuk, dove forse per pigrizia o mancanza di interesse, non ero mai stata. Yarmuk mi aveva accolta, mi aveva fatta sentire a casa, di quell’accoglienza che ho ritrovato un anno più tardi in Palestina. Mi sono persa nel triangolo, Shari’a Yarmuk, Shari’a Talatin e Shari’a Lubia, tra negozi di cd con musica assordante, deliziosi negozi di dolci e rumorosi ed affollati mercati. Adham mi aveva presentato i suoi amici, Rami, Ahmad, Nur. Di loro non so quasi nulla. Rami si è sposato, me lo han detto delle sue foto su Facebook, mentre, sorridente, abbraccia la moglie. Ahmad è stato imprigionato, è poi fuggito in Libano ma alla fine ha deciso di rientrare in Siria. Ma di loro ora non so più nulla.

Oggi a Yarmuk si muore di fame. Negli ultimi tre mesi 41 persone sono morte per denutrizione e mancanza di medicine. Il campo è assediato, isolato, senza elettricità nè acqua. I suoi palazzi sono distrutti,le sue case rase al suolo. Che è successo ai miei amici? Che è successo agli oltre 200 mila palestinesi che ci abitavano?

Rileggo con nostalgia la mail che avevo inviato ai miei amici italiani la prima volta che avevo visitato il campo, a luglio 2010. Una mail lunga, di certo non scritta bene, dove però sono custoditi ricordi di volti e luoghi che forse non rivedrò più.

Se uno capita per caso a Yarmouk non si accorge nemmeno che questo quartiere, situato nella parte sud di Damasco, è il famoso campo palestinese costruito nel 1948 dai profughi che fuggivano in seguito a quella che ancora oggi viene ricordata come la Nakba. Le strade sono larghe, trafficate, vive, animate, rumorose, illuminate da insegne multi-colori, ci sono negozi di cibo, panetterie che sfornano ogni tipo di dolci, venditori di kebab giganti, e mercati di frutta e verdura colorati e vivaci. A volte si notano negozi ultra-tecnologici che nelle loro vetrine espongono computer di ultima generazione. Gli edifici sono alti, tre, quattro, a volte cinque piani, relativamente nuovi e moderni, altri edifici sono in costruzione, case private ma anche scuole ed edifici pubblici. Le strade sono perpendicolari, dalla via principale si diramano vicoli più stretti, alcuni adibiti a veri e propri suq ortofrutticoli, altri invece tranquilli e silenziosi, senza alcun negozio, con case più basse e più povere. Gli abitanti sono tranquilli, la presenza di stranieri sembra non stupirli, pochi salutano con il tipico “Welcome to Syria”, alla richiesta di informazioni sono disponibilissimi e rispondono in perfetto arabo classico.

Potrebbe essere un quartiere qualsiasi, un quartiere popolare della Damasco moderna, niente fa pensare al campo palestinese di Yarmouk. Se tuttavia si osserva con più attenzione, si può notare che le bandiere palestinesi prendono il posto di quelle siriane, che molti negozi espongono piccoli gadget e cartine geografiche della Palestina, e soprattutto che le foto del Presidente sono sostituite da immagini e cartelloni di Arafat. Il nostro amico Adham, 21 anni, palestinese, continua a ripetere la parola sviluppo e modernizzazione quando ci descrive il quartiere in cui vive. Studia all’Università di Damasco, è nato e ha sempre vissuto in Siria, assieme ai genitori e ai suoi fratelli. Si considera palestinese, non siriano, ciò che desidera di più è tornare nella sua terra che non ha mai potuto vedere. Ci porta in un negozio di bombole da cucina, dove ci sediamo e beviamo un caffè in compagnia di Abu Adi, probabilmente il proprietario. Ci racconta che anche lui, come Adham, non è mai potuto ritornare nella terra che era dei loro padri e che Israele ha occupato senza averne alcun diritto. Ci mostra su una cartina della Palestina, unico arredo del negozio, la sua città, il luogo che sente come propria patria. Ci espone la sua visione dei fatti: Israele ha il controllo su tutto, è lui che di fatto, attraverso le lobby, sioniste determina l’elezione del Presidente americano; Obama, come tutti gli altri. L’unico che avrebbe potuto cambiare qualcosa è stato Kennedy, che per questo è stato ucciso dagli ebrei. Anche l’11 settembre è frutto del complotto sionista, quel giorno i 400 ebrei che lavoravano nelle torri non si sono presentati al lavoro, e in seguito all’attentato molti ebrei sono stati visti festeggiare in un edificio vicino. Tra l’America e Israele non c’è differenza, ci mostra una moneta da cinque lire, e poi la gira. Che cos’è? Una moneta da cinque lire. Il suo volto pare illuminarsi nuovamente quando parla di Arafat, il Presidente dei Palestinesi, di tutti quanti, di Hamas e di Fatah, l’uomo che ha saputo unire gli animi e che ha fatto conoscere la causa palestinese al mondo intero. Dopo la sua morte Israele ha fatto sì che le divisioni partitiche si inasprissero per degenerare nella situazione attuale. Pensa ai suoi parenti in Libano, si ritiene fortunato, in Siria riconosce che i palestinesi sono trattati bene, che hanno praticamente gli stessi diritti dei siriani, che non ci sono discriminazioni, sa che in Libano la situazione è molto peggio, che i campi sono molto più poveri, che i palestinesi sono tenuti come prigionieri, che non possono svolgere moltissimi lavori.

Ci congediamo, lo ringraziamo e chiediamo di poterlo incontrare nuovamente, si dimostra molto disponibile e desideroso di poter continuare a raccontarci la sua vita e ad esporci le sue idee. Il nostro giro continua, ci rechiamo nel centro palestinese per le cultura e per le arti, una costruzione grigia, modesta che sorge vicino ad un rumoroso mercato di frutta e verdura. All’interno l’edificio è spoglio, abbastanza povero, ci sono grandi stanze adibite ad ufficio e al secondo piano si trova il centro culturale. Immagini di poeti siriani e palestinesi, foto di Arafat, composizioni artistiche ci danno il benvenuto. Il centro è stato creato nel 2004 con lo scopo di svolgere attività artistiche e culturali con gli abitanti del quartiere, in particolare coi ragazzi. Coloro che operano in questa struttura sono tutti volontari, palestinesi, siriani, e anche di altre
nazionalità, che dedicano parte del loro tempo per portare avanti questo progetto. Non hanno nessun tipo di finanziamento, accettano solo donazioni di singoli a patto che questi non influenzino lo svolgimento delle attività che organizzano. Vogliono rimanere indipendenti, solo in questo modo possono creare qualcosa di valido e duraturo. Logicamente questo non permette loro di avere molti strumenti a disposizione. La stanza dove svolgono le attività è spoglia e molto calda, c’è a disposizione solo un piccolo ventilatore, non ci sono cavalletti, tavole e attrezzi adatti per dipingere. La maggior parte delle attività viene fatta su sedie, piccoli tavoli o semplicemente per terra.

D’estate ogni mattina c’è un work-shop con i bambini, una signora siriana, insegnante di inglese, li segue mentre dipingono, mentre creano dei disegni con colla e materiali riciclati, come bottoni, scarto di matite e nastri colorati. Ci racconta che lo scopo di queste attività è quello di stimolare l’immaginazione dei bambini, di dar loro l’input e poi di lasciarli lavorare da soli, in gruppo, senza l’aiuto di un adulto. Li vediamo mentre creano una sagoma di una persona, tutti seduti per terra intorno ad un grande foglio. Una volta che la sagoma è disegnata l’insegnante fornisce loro nastri colorati e bottoni e mostra loro come fare: litigano per decidere se è un bambino o una bambina, nel frattempo utilizzano dei bottoni a forma di stella per gli occhi e dei bottoni rossi, tondi, tutti uguali per la bocca. Alla fine trovano un accordo, sarà un bambino, così da soli, ormai senza supervisione, iniziano a formare i capelli e i vestiti. Lavorano veloce, di comune accordo, iniziano ad esprimere le loro idee sul colore e sulla forma dei vestiti. Presto il lavoro viene portato a termine, è molto bello ed originale. Iniziano subito a far rumore, ecco che l’insegnante propone loro un’altra attività, questa volta ancora più divertente, acqua e pittura per creare dei dipinti con le mani. Si mettono subito all’opera pieni di entusiasmo.

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