Yarmuk a Venezia

“A Yarmuk bombardavano, la gente moriva di fame, c’era la guerra ma nessuno dormiva per strada. Nessuno mai”. Hanno i volti stanchi, spaesati, la voce tremante e spezzata. Non appena nomino la parola Siria, il più anziano dei due inizia a piangere. La storia di Mohammad* e Omar* parte dal campo profughi di Yarmuk, alle porte di Damasco, o forse dalla Palestina, terra dalla quale i loro padri sono stati scacciati. Figli di rifugiati a loro volta rifugiati. O meglio tre volte rifugiati. Dalla Siria all’Egitto con tutta la famiglia, poi, da soli, in Italia. Da lì, solo dopo essere stati costretti a lasciare le proprie impronte digitali alle autorità italiane, subito in Svezia. Il nord Europa. Un desiderio di tante persone che arrivano in Europa per scappare dalla guerra che imperversa nel loro paese, per cercare lavoro e garantire un futuro migliore alla propria famiglia, per realizzare i propri sogni.

Palestinian protesters take part in a protest in solidarity with the Palestinian Yarmouk refugee camp in Syria

Cinque mesi in Svezia e poi rispediti in Italia. Perchè, per chi non lo sapesse, in Europa esiste una norma chiamata Regolamento Dublino III che contiene delle norme precise che stabiliscono quale stato deve esaminare la domanda di asilo. In poche parole: il primo paese di approdo del richiedente protezione internazionale, cioè il primo paese in cui viene intercettato e in cui vengono prese le impronte digitali, è il paese che si deve far carico della domanda di asilo.

Anche se il “richiedente protezione internazionale” ha altri sogni, ha altri piani. Non importa.

Ecco. Mohammad e Omar sono le vittime di questa crudele legge europea. Ora non hanno un posto dove stare. Per il momento vivono nella moschea di Marghera, “praticamente per strada, senza nessun tipo di aiuto” mi dicono con voce tremante. “Il Comune è a conoscenza della nostra situazione, ma non sa darci nessuna risposta. Se sapessi quanto tempo devo aspettare mi organizzerei, se si trattasse di una settimana potrei anche decidere di andare in albergo. Invece non sappiamo niente. Ci dicono di aspettare, che forse si libereranno dei posti nelle strutture di accoglienza, ma che nulla è certo. A Yarmuk si moriva, è vero, ma nessuno dormiva per strada”.

 Mi piace pensare che, con la volontà di tutti, i principi scritti nella Carta di Lampedusa possano presto essere applicati ed implementati proprio a partire dalla realtà veneziana.

“La carta di Lampedusa afferma che non può essere accettata nessuna divisione tra gli esseri umani tesa a stabilire, di volta in volta, chi, a seconda del suo luogo di nascita e/o della sua cittadinanza, della sua condizione economica, giuridica e sociale, nonché delle necessità dei territori di arrivo, sia libero di spostarsi in base ai propri desideri e bisogni, chi possa farlo soltanto in base a un’autorizzazione, e chi, infine, per poter compiere quello stesso percorso, debba accettare di subire pratiche di discriminazione, di sfruttamento e violenza anche sessuali, di disumanizzazione e mercificazione, di confinamento della propria libertà personale, e di rischiare di perdere la propria vita”.

A proposito, per chi non lo avesse già fatto, invito a sottoscrivere la Carta di Lampedusa!

 * nomi di fantasia

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