Egitto, un anno dopo

Egitto, un anno dopo. Conversazione in un caffè con un amico. Sul tavolo sahlab, tè, caffè e tisana di finocchio. E l’immancabile narghilè. La conversazione è lunga, ci servono energie.

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Non sono ancora passati due giorni dal mio arrivo ma dalle poche conversazioni che faccio con tassisti e negozianti, sento subito che tante cose sono cambiate. C’è tanta delusione, rassegnazione, desiderio di stabilità. Non c’è più quella critica forte e pungente contro il potere, quel desiderio di cambiamento e quella speranza che si respirava un anno fa.

“La gente è stufa, qual è il risultato dopo tre anni? La gente ha sperato, ha lottato, ha visto morire amici, parenti. E cosa ha ottenuto? Io all’inizio non l’avevo capito che era tutto un gioco dell’esercito. Hanno sacrificato Mubarak. Dopo quel che stava avvenendo, con milioni di egiziani in piazza a protestare, non ci poteva essere altra soluzione. Noi egiziani avevamo fiducia nell’esercito, non aveva mai sparato contro la folla, ci aveva sempre difeso. Forse anche per l’educazione che abbiamo avuto, l’esercito ha sempre rappresentato per la maggioranza degli egiziani, un guardiano del potere e dello stato. Alle elezioni del 2012 ho votato Morsi, non perchè fossi a favore dei Fratelli Musulmani ma perchè era l’unica alternativa al vecchio regime. E l’esercito sapeva che Morsi avrebbe vinto. Era tutta una strategia: dicevano “Lasciate vincere Morsi, dategli una possibilità e vedrete che in sei mesi distruggerà quanto costruito in 80 anni di clandestinità”. In poche parole, il metodo più efficace per sconfiggere i Fratelli Musulmani era farli andare al potere e far capire alla gente che non potevano essere una valida alternativa al potere di Mubarak. Intanto l’esercito ha mantenuto i suoi interessi e i suoi privilegi all’interno dell’apparato statale. Morsi ha commesso molti errori mentre era al potere: non ha capito che metà delle persone che avevano votato per lui lo avevano fatto solo perchè non c’era altre alternative. Ha cercato di islamizzare l’Egitto inserendo suoi ministri e dirigenti totalmente incompetenti all’interno di ogni organizzazione statale. Morsi ha fallito e lo scontento si respirava ovunque, nelle case, nelle strade, all’interno di ogni famiglia. E l’esercito, al momento giusto, ha creato a tavolino il movimento Tamarrud, per chiedere le dimissioni di Morsi, per convogliare lo scontento e riportare in piazza le persone. Allora c’era ancora speranza, credevamo che potesse ancora esserci un cambiamento, che il processo rivoluzionario cominciato il 25 gennaio 2011 potesse continuare con la volontà e i sacrifici di ognuno. Ma così non è stato. Siamo scesi in piazza e abbiamo di fatto consegnato il potere allo SCAF. Non lo abbiamo visto come un colpo di stato, anche se tutto il mondo l’ha dipinto come tale. Tutti sapevano che comunque il potere era sempre stato nelle mani dell’esercito. Ma il massacro di Rab’aa e la forte repressione contro i Fratelli Musulmani ha lasciato il segno tra gli egiziani. Anche la mia stessa famiglia è divisa: quando torno nel mio paese non facciamo altro che parlare di politica e litigare…null’altro. Ora abbiamo visto come l’esercito può reprimere e uccidere, ora la gente è stanca, stufa, priva di energia. Vuole stabilità, nient’altro. I poster con la foto di Al-Sisi hanno sostituito quelli di Mubarak. Ci saranno le le elezioni e Al-Sisi vincerà e rimarrà per altri trent’anni. Però ci hanno messo il wifi nei bus. Questa è stata la nostra rivoluzione”.

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