Filo diretto Italia – Siria

E’ mattina presto. Squilla il telefono. +971…. Palestina? Libano? Rispondo. “Pronto?”. “Mar7ba Anna, ana Omar” (Ciao Anna, sono Omar). “Mar7abten Omar, kifak?” (Ciao Omar, come stai?). Omar. Il mio primo incontro a Damasco, quando sono arrivata a gennaio 2010. Quel signore bassetto e tarchiato, con pochi capelli bianchi sulle tempie e quel viso simpatico e sorridente. Avevo appena preso il bus dall’aeroporto di Damasco e stavo cercando di raggiungere il quartiere di Rukn Iddin. Il bus correva tra strade trafficate e svincoli infiniti mentre io stupita e spaesata guardavo fuori dal finestrino alla ricerca di qualche punto di riferimento. “Anti min wen? (Da dove vieni?)”. Avevo risposto col mio arabo classico stentato, mentre Omar, seduto vicino a me, continuava a parlare incuriosito. Sorridevo, senza capire. Poi Omar aveva fermato il bus e pagato per due. Eravamo scesi in mezzo ad una superstrada, circondati da auto che sfrecciavano in ogni direzione. Lì mi aveva salutato, ci eravamo scambiati il numero di telefono e mi aveva augurato buona fortuna per la mia avventura siriana.

Beit_Jabri_by_Smaragd01

Il giorno dopo mi aveva chiamato. Due giorni dopo ero a cena assieme alla sua famiglia in uno dei più bei ristoranti della vecchia Damasco. Parlava, rideva, mi raccontava della sua vita, io mi limitavo a sorridere, senza davvero capire quel suo dialetto siriano che mi suonava ancora incomprensibile. Per tutto il 2010 Omar non si è mai dimenticato di me. Ogni tanto mi chiamava anche solo per salutarmi, per farmi parlare coi suoi figli, per accertarsi che io stessi bene e che non avessi bisogno di nulla. Col tempo ho scoperto che era palestinese e che viveva nel campo profughi di Yarmouk. Per lavoro viaggiava molto negli Emirati e ad Abu Dhabi. Poi sono partita e le nostre conversazioni si sono trasformate in qualche sporadico e superficiale messaggio via Facebook. Era preoccupato per la situazione in Siria. La repressione aumentava, le proteste si facevano giorno dopo giorno più violente. La vita quotidiana era diventata sempre più difficile. Posti di blocco, bombardamenti, non riusciva più a riconoscere la sua Siria. Così aveva deciso di trasferirsi con tutta la famiglia ad Abu Dhabi. Era da tanto che non lo sentivo.

Ciao Anna, come stai? Ma come parli bene arabo, sei diventata araba anche tu! Anna, ti devo chiedere un favore. Sono ad Abu Dhabi con la mia famiglia. Abbiamo problemi col visto, non possiamo più rimanere qui. E tornare in Siria è impossibile. La mia casa è stata distrutta, tutti i miei parenti se ne sono andati. Abbiamo deciso di andare in Svezia. Da Abu Dhabi in aereo fino in Turchia. E da lì in nave, prima in Grecia, poi in Italia e da lì in Svezia”.

Rimango senza parole. Per un attimo ricordo il suo volto sorridente e spensierato a Beit Jabri, seduti nel bellissimo cortile arabo in attesa del kebab che aveva appena ordinato. “Via mare? Ma è pericoloso Omar. Attento alle impronte”.

Anna, non abbiamo soluzioni. Sappiamo che è pericoloso. Che l’Italia prende le impronte. Ma noi diremo che non vogliamo lasciare le impronte in Italia. Lì c’è crisi, non c’è lavoro. Che cosa veniamo a fare lì? In Turchia abbiamo dei contatti di alcuni bravi trafficanti, che ci porteranno in Grecia e poi in Italia per 3000 dollari a testa. Questo è già organizzato. Ti chiamo per sapere se hai contatti in Italia, come devo fare per raggiungere la Svezia. So che costa 800 – 1000 euro a persona e che devo andare a Milano”.

Omar è deciso. Cerco di spiegargli la situazione, per quel poco che so. Che i viaggi dalla Turchia sono pericolosi, che il mare non perdona, che l’Italia da un mese ha cominciato a prendere le impronte a tutti in modo capillare. E chi non vuole, viene obbligato. E chi si oppone, viene costretto, anche con la forza, se necessario.

Che altra soluzione abbiamo?”. “Ci vediamo in Italia, ya Anna. Saremo solo di passaggio ma quando arrivo lì ti chiamo così ci vediamo”.

Non trovo le parole per rispondergli. Gli dico che mi darò da fare per metterlo in contatto con dei miei amici siriani che sono qui in Italia. Che in cuor mio spero che lo riescano a dissuadere.

Inshallah Omar. Bashfak qariban biitalia. Inshallah”. (Speriamo Omar. Ci vediamo presto in Italia. Inshallah)

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