I fratelli di Shireen

Mar7ba Shireen kifek? Min zaman ma shuftek. Shu akhbarek?” (Ciao Shirin, come stai? E’ da tanto che non ci vediamo. Che mi racconti?)

Ci abbracciamo forte forte, è passato più di un anno dal nostro ultimo incontro. Quasi quattro da quando ci siamo conosciute.

I3taqalu akhui”. (Hanno arrestato mio fratello). La abbraccio ancora più forte, in silenzio.

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“Sono arrivati alle 2 di notte di due settimane fa. Hanno bussato alla porta, pensavo che fosse già mattina, che fosse arrivato il tassista per la raccolta delle olive. Sono entrati, hanno chiesto di lui e se lo sono portati via. E’ accusato di aver lanciato sassi contro l’esercito israeliano. Non so se lo abbia fatto o meno. Non è questo l’importante. Rischia 3 anni. Forse di più. Con la nuova legge israeliana, chi tira sassi può rimanere in prigione fino a 20 anni”.

Shireen ha il volto stanco, affaticato. Nell’ultimo anno la vita a Husan non è stata per niente facile. A maggio i coloni le hanno bruciato 156 alberi di ulivo. Proprio quegli ulivi che avevamo piantato assieme in uno dei miei primissimi giorni di Palestina nel lontano 2011. Con il terribile attacco su Gaza di quest’anno, quando i riflettori erano tutti puntati su quella martoriata striscia di terra, i coloni ne hanno approfittato per aumentare le intimidazioni e le provocazioni, hanno confiscato e occupato nuove terre. Due giovani palestinesi di Husan sono stati uccisi, da colpi di pistola sparati ad altezza d’uomo da giovanissimi soldati israeliani. Quando gli abitanti del villaggio sono scesi per le strade a protestare, l’esercito ha rafforzato i controlli, ha stretto ancora di più la morsa in cui sono costretti a vivere i palestinesi. Incursioni casa per casa, rubando il futuro di tanti giovani. Il fratello di Shireen aveva 24 anni. E tanti sogni da realizzare.

Chissà quando potrà tornare a vedere la luce del sole. Chissà quando potrò rivederlo”. Due fratelli, entrambi in prigione. Il più grande dal 2002, quando è stato imprigionato con l’accusa di essere coinvolto nell’organizzazione di un attentato terroristico. 9 ergastoli. 315 anni di carcere. Nel soggiorno una sua foto, il giorno della laurea. “Aveva una laurea specialistica in legge”, ci racconta il padre con voce decisa e fiera, ma che fa trasparire tutta la tristezza e la rabbia che cova dentro.

“Questa è la nostra vita qui, Anna. Ci arrestano i nostri fratelli, i nostri figli. Ci puniscono, ci controllano, ci demoliscono la casa. Cercano di rubarci i sogni, la speranza, la vita. Ma noi rimarremo qui. Questo è la nostra terra e noi da qui non ce ne andremo”.

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