Ragazzo afghano suicida a Patrasso: ancora una vittima della Fortezza Europa

di Davide Carnemolla e Anna Clementi
Mohamed from Morocco and his friends at Patras port [Photo: © A
Morire a Patrasso. Nella solitudine e nell’indifferenza. Morire senza essere mai realmente riuscito a vivere. Morire in un capannone abbandonato di fronte al porto, a 50 metri dal sogno di tutti quelli che come lui sono qui: riuscire a nascondersi sotto un camion e non essere beccati dalla polizia fino all’arrivo in Italia nei porti di Venezia, Ancona, Bari e Brindisi.
Chissà che cosa ha pensato la sera del 29 aprile mentre si è stretto la corda al collo e ha deciso di farla finita per sempre dopo essere stato trovato sotto un camion diretto in Italia e picchiato dalla polizia. Chissà quando, come e perchè era stato costretto a lasciare l’Afghanistan. Chissà che viaggio aveva fatto e quante umiliazioni aveva subito per arrivare fino in Grecia. Chissà dove sognava di arrivare, chi aveva lasciato e chi lo stava aspettando. Chissà quali paesi aveva attraversato e quanti ostacoli aveva superato. Chissà quante volte aveva provato a lasciare la Grecia. Chissà che nome, che età, che sogni aveva. Chissà…
Un altro nome si aggiunge alla lunga lista dei morti, vittime innocenti delle politiche securitarie della Fortezza Europa pronta a difendere le proprie frontiere ad ogni costo, senza nessuna pietà. Morti invisibili che non suscitano più nemmeno scalpore, indignazione, o anche solo commozione. Invisibili non solo nella vita ma anche nella morte.
Abbiamo visto il suo corpo per qualche secondo, disteso su una barella fatta di tela, senza nemmeno un lenzuolo bianco a coprirlo. Adesso è ancora in ospedale in attesa di essere riconosciuto da qualcuno. Di lui non si sanno ancora né il nome né l’età. Gli attivisti locali di “Kinisi”, uno spazio sociale nel cuore di Patrasso, organizzeranno il funerale e, su loro richiesta, la municipalità pagherà le spese per la sepoltura del corpo.
Era arrivato a Patrasso da poco e viveva assieme ad alcuni ragazzi afghani in una fabbrica abbandonata a pochi metri dal porto. Edifici vecchi e diroccati dove nemmeno gli animali hanno il coraggio di addentrarsi. Capannoni semi-distrutti in mezzo ad acqua stagnante, sostanze altamente tossiche e vecchi macchinari arrugginiti.
Quanto vale una vita umana? Perchè alcune vite valgono meno di altre? E perchè alcune vite non valgono nulla?
Questo ragazzo afghano – giovanissimo come tutti gli altri qui a Patrasso – desiderava solamente uscire dal limbo greco nel quale si era trovato intrappolato, un limbo che l’aveva privato della sua umanità, dei suoi diritti fondamentali, della speranza di un domani. Che gli aveva persino fatto dimenticare che, nonostante tutto, era ancora un essere umano.
Ma di fronte all’ennesima umiliazione non ce l’ha più fatta. Dopo aver cercato di intrufolarsi sotto un camion in partenza per l’Italia dal porto di Patrasso e dopo essere stato scoperto e picchiato dalla polizia, è tornato nella vecchia fabbrica abbandonata e ha deciso di farla finita.
E’ bastato un pezzo di corda a portare via un’altra giovane vita. Nel silenzio e nell’indifferenza generali. Nel luogo del suicidio c’erano alcuni attivisti locali di “Kinisi”, qualche poliziotto, un fotografo di una testata online e gli addetti al trasporto della salma.
E poi gli altri ragazzi afghani che si trovavano in quel capannone e che hanno scoperto il corpo appeso alla corda. Guardavano in assoluto silenzio e con i volti atterriti quel corpo portato dentro al furgone. E i loro occhi erano lo specchio della paura e della tristezza. Ma riflettevano anche una sorta di inquietante rassegnazione. La consapevolezza che per loro, in fin dei conti, morire è molto più probabile che vivere.
Tutti loro passano le giornate provando a fare sempre la stessa cosa: avvicinarsi alle tante barriere del porto, muoversi, guardarsi intorno, attraversarle, nascondersi. Con la quotidiana paura (e quasi la certezza) di essere controllati, picchiati e arrestati dalla polizia senza aver commesso nessun reato. Semplicemente per il fatto di non avere i documenti, di voler andarsene da un paese che li maltratta, che non li vuole, che li considera dei criminali. Ma che nello stesso tempo non li fa uscire.
E, come ci hanno raccontato molti di loro in questi giorni, chi riesce a farcela può sempre essere scovato e picchiato sulle navi durante il tragitto e poi venire respinto dai porti italiani senza poter nemmeno avere il diritto di aprire bocca come il caso di un ragazzo afghano respinto esattamente una settimana fa dal porto di Ancona dopo essere stato malmenato dalla polizia, stessa sorte capitata ad altri due suoi amici due mesi fa. E sono solo alcune delle tantissime storie.
Storie fatte di speranze, di tentativi, di immani sofferenze, di sogni sempre più flebili, di morte. Storie che possono finire anche così, nel silenzio assordante di un capannone abbandonato a pochi metri dal porto di Patrasso.
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