Un week-end a Botovo, nell’ipocrisia di un’Europa che fa finta di non vedere

Sentiamo un fischio e poi il treno si avvicina lentamente e rallenta. Stazione di Botovo. E’ arrivato a destinazione. All’improvviso si leva un forte applauso. We say it now, we say it clear, refugees are welcome here“.

Botovo_2

Sento i brividi scorrermi lungo tutto il corpo. Sono arrivati, esistono davvero, sono davanti a noi. Il sistema funziona davvero così. Il buio e la fioca luce dei lampioni della piccola stazione di Botovo rendono ancora più surreale e assurda l’intera scena. Siamo un’ottantina di attivisti arrivati da tutta Europa per l’Open Border Caravan, disposti lungo una piccola strada di campagna croata che conduce al confine con l’Ungheria. Sembriamo venditori di un piccolo suq di vestiti e di alimentari. Ognuno ha davanti a sè il proprio banchetto. Abbiamo tè caldo, vestiti per bambini, pannolini, acqua, banane, crostatine, crackers e tanto altro.

Le luci del treno fanno intravedere i tratti segnati di volti stanchi e spaesati che ci guardano curiosi. Rispondono al nostro applauso, salutano. Il treno si ferma, le porte si aprono.

Veniamo invasi da una folla di uomini, donne, bambini, da un forte odore di calore umano, di persone che sono in viaggio da troppo tempo, schiacciate una sull’altra, costrette a notti all’addiaccio, a troppe ore di vita passate a rincorrere una speranza di futuro che ogni giorno si allontana.

Scendono carichi di borse, valigie, sacchetti. Di troppi bambini, di bambini troppo piccoli, di donne sfinite dagli occhi vuoti e profondi, di uomini affamati, infreddoliti, imbruttiti, confinati nell’estremo nord-est della Croazia lungo un confine che nessuno attraversa, in un paese che nessuno conosce. Invisibili agli occhi del mondo intero. Resi volutamente invisibili. Se non ci fosse qualcuno lì a vederli passare, non esisterebbero.

Alla frontiera tra Croazia e Ungheria si consuma il dramma di centinaia di migliaia di migranti in fuga dal loro paese alla ricerca di una vita dignitosa, per sè e per i propri figli.

“Dove siamo? Dove stiamo andando??? “

“Ma cosa c’è dall’altra parte del confine?”

“Quanto dobbiamo camminare?”

“In Ungheria??? Io non ci voglio andare in Ungheria. Piuttosto rimango qui”.

“Ma prendono le impronte?”

“Dall’Austria come possiamo arrivare in Germania?”

“Possiamo chiamare mia sorella che ci aspetta in Germania?”

Frammenti di dialogo, pezzi di vite, schegge di disperazione, spiragli di speranza che ti scorrono via davanti agli occhi. Non riesci a fermarli, non ha senso fermarli. Corrono, procedono spediti, la loro destinazione è la Germania e in questa folle corsa tra boschi e foreste non possono rimanere indietro. Oggi si passa, domani potrebbe cambiare. Macedonia, Serbia e da lì in Croazia nella cittadina di Vukovar da dove ogni giorno i migranti vengono caricati nei treni e portati a Botovo. Da lì in Ungheria e poi in Austria. In questa settimana in Europa si arriva così.

In soli sei giorni più di cinquantamila persone sono passate per questo “confine”, a circa due chilometri a piedi da Botovo, in mezzo ai boschi, attraverso un filo spinato pattugliato dalla polizia ungherese. Un passaggio illegale, a poche centinaia di metri dal confine ufficiale di Gola, un filo metallico che viene aperto ogni 4-5 ore dalla polizia ungherese in coordinamento con quella croata. Accordi sottobanco che devono rimanere invisibili, che non devono contraddire i discorsi razzisti e xenofobi della propaganda dell’Ungheria di Orban che, con i suoi muri difensivi e i suoi confini invalicabili, si vanta di essere una delle principali roccaforti della Fortezza Europa.

Li guardiamo passare, continuare il loro viaggio verso il cuore dell’Europa. Ci perdiamo nella profondità dei loro occhi, che raccontano storie di guerra, di fuga, di disperazione. Li vediamo allontanarsi veloci così come sono arrivati e perdersi nuovamente nel buio della notte in direzione di un futuro che ancora nessuno conosce.

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