I nuovi confini d’Europa. Un week-end tra Slovenia e Austria

Vivevo vicino alla cittadella di Aleppo, avevamo una casa di tre piani proprio nel cuore della città. Ti ricordi quanto bella era? Ora Aleppo è un inferno, è stato distrutto tutto, la Siria non esiste più. Per questo siamo qui.”

“Studiavo ingegneria a Damasco. Poi, nemmeno un mese fa, è caduta una bomba nell’aula dove ci trovavamo e due ragazzi sono stati uccisi. In quel momento io e mio fratello abbiamo deciso di scappare.”

“Lin è nata a Idlib quaranta giorni fa. Venti giorni fa ce ne siamo andati.”

“Ho bisogno di un albergo, è da un mese che sono in viaggio, che non ho la possibilità di lavarmi, di guardarmi allo specchio, di farmi la barba. Non chiedo altro. I soldi li ho. Fatemi solo uscire da questo campo.”

“Ciao, siamo una coppia di laureati in odontoiatria all’università di Damasco. Mia moglie è incinta, in quale paese europeo ci consigli di andare a vivere?”.

DSCN7261

Pezzi di dialoghi, di testimonianze, di storie di vita che ci scorrono davanti agli occhi, che ci travolgono, che ci sconvolgono. Conversazioni rubate nella frenesia di un’attesa infinita all’interno di un tendone sovraffollato ai confini d’Europa.

Siamo a Radkersburg, a poche centinaia di metri dalla frontiera con la Slovenia, in un paesino della campagna austriaca che fino a poche settimane fa nessuno aveva mai sentito nominare. E che invece ora si è trasformato in una delle principali tappe della rotta migratoria attraverso i Balcani.

Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia, Slovenia, Austria, Germania. Adesso in Europa si arriva così. Decine di migliaia di persone attraversano ogni giorno i confini europei in fuga da guerre, morte, bombardamenti e persecuzioni. Vengono dall’Iraq, dalla Siria, dall’Afghanistan, sono uomini, donne, bambini di tutte le età, che sfidano freddo, stanchezza, muri, barriere e confini blindati e militarizzati. Sono loro i nuovi protagonisti della Storia, i nuovi eroi di un’Europa che si finge cieca, che innalza muri e protezioni fisiche e mentali, che si barrica nella sua Fortezza che credeva inespugnabile. Ha cercato di bloccarli, di respingerli, di farli affogare in mare, di ucciderli ai confini via terra, di disumanizzarli, di renderli invisibili, di annientarli. Ma invano. Niente li può fermare. A vincere sono la dignità, la voglia di vivere, il desiderio di ricostruirsi un futuro per sè e per i propri figli.

Siamo a Radkersburg all’interno di un “centro di sosta” per migranti, in una tenda prigione in cui uomini, donne e bambini vengono fatti aspettare per ore, vengono tenuti ostaggio in campi di concentramento controllati da schiere di militari e poliziotti in assetto da guerra. Mitra, divise mimetiche, fucili. E un mascherina bianca sul viso che toglie loro l’ultimo briciolo di umanità. Di fronte tante donne e un’infinità di bambini. Sono più di cinquecento, divisi in tre tendoni sovraffollati da cui fuoriesce un odore di umanità sfinita e distrutta. Sono arrivati presto la mattina, a piedi, dal campo sloveno di Gornja Radgona, un paio di chilometri al di là del confine. Sono stati scortati dalla polizia e dai militari sloveni fino al fiume Mura e consegnati alla polizia austriaca che a sua volta li ha stipati all’interno dei tendoni militari in attesa di caricarli in un bus per Graz. Vietato uscire dalla tenda, vietato allontanarsi. Un ennesimo tentativo per renderli invisibili agli occhi del mondo. Fuori dal campo, tutto prosegue nella più assoluta normalità. Una famigliola passeggia felice lungo il fiume, le auto sfrecciano veloci verso la Slovenia e i bambini si rincorrono nel vicino parco giochi.

DSCN7303

L’interno è un mondo a sè.

C’è un anziano, cieco da un occhio, seduto per terra, disperato per aver perso gli altri membri della sua famiglia. Erano in Croazia assieme, ma in bus si è ritrovato da solo. Parla in farsi, nessuno lo capisce, le sue parole si perdono nel vuoto, nella caotica confusione del tendone. Rimane seduto inascoltato, guarda verso l’alto alla disperata ricerca di un aiuto ma nessuno lo vede, nessuno lo ascolta.

C’è una ragazza che non appena sente il rumore di un elicottero si precipita fuori dalla tenda, terrorizzata. “Un elicottero, un elicottero”. In Siria per un elicottero si poteva morire.

C’è un ragazzo che spinge la carrozzina mezza rotta e traballante del padre malato e completamente paralizzato. Chiede solamente di uscire dal campo e di prendere un taxi per arrivare a Graz. Non ce la fa più a salire e scendere dal bus, tutti si accalcano, si spingono, è troppo pericoloso. Niente da fare. Al massimo può salire per primo.

C’è una signora distinta e ben vestita che, non appena sente che parlo la sua stessa lingua, mi si avvicina e mi bisbiglia all’orecchio che suo marito ha bisogno di biancheria intima. E’ da giorni che la chiede ma invano. Parlo coi responsabili del campo. Niente da fare, nemmeno per questa volta.

C’è una giovane coppia, felice e spensierata, che ascolta la musica con gli auricolari. Parlano, ridono, scherzano. “Quando arriva il bus?” ci chiede la ragazza con un tono di voce sovraeccitato come se stesse per partire per la gita scolastica. Sembrano in vacanza, in luna di miele.

C’è un signore che ha un valore della glicemia che supera i 500. Ha le labbra secche, lo sguardo preoccupato, gli occhi stanchi. I medici gli consigliano di salire in ambulanza e di farsi portare subito in ospedale. Non c’è modo di convincerlo. E’ partito dalla Siria per arrivare in Germania. E andare in ospedale ora significa consegnarsi alle autorità austriache.

C’è un padre che tiene in braccio il figlioletto di un anno. Lo guarda, lo stringe, lo bacia. Il mondo esterno smette di esistere. Non ci sono nè i tendoni, nè i militari, nè le centinaia di altre persone intorno a lui. In quel momento esistono solo loro due. Come forse avveniva quando erano in Siria, al buio sotto i bombardamenti aerei.

“Dove ci porteranno? Quando arriviamo in Germania?”

“Mio fratello è a Vienna, come posso raggiungerlo, come posso uscire dal campo?”

“Dove siamo? Qual è la strada migliore per arrivare in Svezia?”

“Come posso chiamare la mia famiglia?”

“Quanto manca per arrivare in Norvegia?”

Pezzi di dialoghi, di testimonianze, di storie di vita che ci scorrono davanti agli occhi, che ci travolgono, che ci sconvolgono.

Arriva il bus. Li vediamo allontanarsi, uno dopo l’altro, in fila indiana, scortati da esercito e polizia.

“Buona fortuna”.

“In bocca al lupo”.

“Buon viaggio”.

“Spero che possiate arrivare sani e salvi a destinazione”.

“Spero che possiate riabbracciare i vostri familiari”.

Inshallah.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...